D’Alia e Ardizzone contro Cesa, l’Udc corre verso la scissione

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l'esponente di centristi per l'Italia Gianpiero D'Alia
Gianpiero D'Alia

L’Udc verso la scissione. Il conflitto latente tra le due diverse anime dei centristi è esploso con la polemica e la conseguente sospensione di Gianpiero D’Alia da parte del segretario nazionale Lorenzo Cesa. Da tempo ormai all’interno dello scudocrociato si fronteggiano visioni divergenti se non opposte. Divisi su tutto i neodemocristiani hanno assunto posizioni diverse sull’appoggio al governo Renzi, sull’alleanza strategica con l’Ncd di Alfano, sul sostegno alla maggioranza di centrosinistra che sostiene Crocetta e, in ultimo, sul referendum del 4 dicembre prossimo.

E così ieri è esplosa la bomba, con Lorenzo Cesa che ha sospeso “a titolo cautelativo” dal partito e deferito al Collegio dei proibiviri  Gianpiero D’Alia.  Sotto accusa frasi come “l’Udc è morta, stiamo parlando del nulla…” pronunciare da D’Alia in alcune interviste. Dal canto suo il leader siciliano dei centristi non ha ritrattato, anzi ha rilanciato rinfocolando la polemica.  “Confesso che è abbastanza inebriante essere sospeso dal nulla. Per amicizia verso l’onorevole Cesa, mi prodigo per evitargli nuovi strappi sul fronte della legalità statutaria e gli rassegno volentieri le mie dimissioni. Se mi fornisse l’indirizzo a cui inviarle, gli sarei infinitamente grato”.

Il duello a distanza Cesa-D’Alia ha fatto esplodere il conflitto che fino a quel momento covava sotto traccia. A prendere le difese del senatore messinese è stato il suo concittadino e collega di partito Giovanni Ardizzone. Il presidente dell’Ars, infatti, ha inviato una nota a Roma dai contenuti pesantissimi. “Egregio Onorevole Rocco Buttiglione e gentilissima Onorevole Paola Binetti, un partito che in Sicilia stringe rapporti con cocainomani e mafiosi… sospende una persona per bene come D’Alia, senza vergogna alcuna. Dispiace il vostro assordante silenzio”. E a rincarare la dose il contestato segretario regionale Adriano Frinchi, vicino a D’Alia e Ardizzone ma non riconosciuto nel ruolo dai vertici romani.  “Cesa è da lungo tempo segretario dell’Udc: mi pare non abbia mai preso provvedimenti così pesanti nei confronti di cocainomani e condannati per reati gravi, lo fa invece per un politico per bene come D’Alia. Questo la dice lunga sui parametri politici di Cesa. Siamo sgomenti”.

La baruffa verbale è quindi virata decisamente su piani scivolosi e la cosa non è piaciuta al vicecommissario regionale Ester Bonafede. “Premesso che siamo convinti che l’Udc sia un partito composto da persone oneste e corrette, se il presidente dell’Ars Ardizzone infanga il partito di cui ha fatto parte fino a pochi minuti fa, due sono i ragionamenti logici che ne conseguono: o è al corrente dei mafiosi e cocainomani di cui parla (lo invitiamo a fare i nomi alle autorità giudiziarie competenti e a mettere da parte qualsiasi tipo di atteggiamento omertoso) o, al contrario, la sua altro non è che una vile ritorsione personale”.

Nella faida tra centristi viene coinvolto anche Totò Cuffaro, tirato in ballo da Gianpiero D’Alia come “regista” delle manovre di Cesa. Netta la risposta dell’ex governatore. “Mi preme ribadire per l’ennesima volta – non c’è infatti miglior sordo di chi non vuol sentire – che non faccio, né potrei fare politica attiva: sono interdetto dai pubblici uffici ma non dal pensiero e dal ragionamento, dall’osservazione, dall’analisi e dal commento sui fatti della politica. Gianpiero D’Alia mi cita come alla guida di una corrente e interprete di una linea politica: nulla di più falso, come sanno anche le pietre – afferma Cuffaro – : Su una cosa però sono completamente d’accordo con Gianpiero D’Alia – aggiunge – quando afferma che con lui l’Udc è al governo nazionale e regionale con il Pd e che è con Crocetta dal 2012, in quanto sostenitore della maggioranza di governo alla Regione. E’ vero, le cose stanno così: è stato proprio D’Alia a volere Crocetta alla presidenza della Regione e i siciliani non solo lo sanno bene, ma se ne ricorderanno al momento giusto”.

La guerra in casa centrista, insomma, è appena scoppiata e l’approssimarsi della scadenza referendaria non potrà che accrescere la faglia che attraversa verticalmente il partito.