Agrigento: sms e mail, ecco cosa diceva Giuseppe Arnone alla collega Picone

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Agrigento: sms e mail, ecco cosa diceva l’avvocato Giuseppe Arnone alla collega Francesca Picone. “Io sono pronto ad andare avanti per la mia strada o con la transazione o con la denuncia e gli accertamento investigativi”. E’ soltanto uno dei messaggi inviati dall’avvocato Arnone, il legale agrigentino arrestato sabato in flagranza di reato con l’accusa di estorsione, all’avvocato Francesca Picone, costretta, secondo l’accusa, a pagare per “il suo silenzio” su un’indagine che vede coinvolta la stessa legale.

In un’altra mail, del 30 ottobre scorso, Arnone minaccia la collega di essere pronto a rivolgersi a Striscia la notizia. Non solo. Dopo un iniziale accordo “per evitare clamore mediatico”, l’avvocato agrigentino alza la posta e annuncia alla sua collega di volere più soldi, fino ad arrivare a chiedere la somma complessiva di 50 mila euro. La donna, in preda allo sconforto, pensa anche al suicidio. Lo scrive nel provvedimento il gip di Agrigento Francesco Provenzano che oggi ha convalidato l’arresto di Arnone.

Secondo il gip, che ha ritenuto riscontrati gli accertamenti della Procura di Agrigento e che ha ritenuto sussistente “l’estorsione contrattuale”, le richieste di Arnone, come apprende l’Adnkronos, hanno inciso “sulla libertà di autodeterminazione” della Picone “coartandola nella sua scelta di addivenire o meno all’accordo richiesto, ma dietro la minaccia di quello che la Picone temeva, cioè il clamore mediatico”, che ha “di fatto integrato il reato in questione”, cioè l’estorsione.

Tutto inizia nel 2013 dall’incarico avuto da Francesca Picone dalla madre di due ragazzini disabili, per ottenere la pensione di invalidità. La professionista, dopo avere ottenuto l’indennità di l’invalidità per il disabile, che otterrà anche gli arretrati per una somma pari a 15 mila euro, chiede alla donna un’ulteriore parcella di 5.000 euro. A questo punto, la madre dei disabili si rivolge a un altro legale, Giuseppe Arnone.

Questi, nel 2013, presenta denuncia per estorsione nei confronti della collega Picone che viene iscritta nel registro degli indagati. Un’indagine che va avanti fino ai giorni nostri. L’udienza preliminare si terrà, infatti, il prossimo 22 novembre davanti al gup di Agrigento. Il 4 ottobre scorso, Francesca Picone, avuto la notifica dell’udienza preliminare, si rivolge a Giuseppe Arnone “notoriamente aduso a pubblicizzare fatti e  circostanze ed esporre i propri bersagli a durissimi attacchi di stampa pubblici e mediatici, circostanza di cui la Picone aveva già fatto esperienza con lo sciorinamento di uno striscione sul balcone dello studio di Arnone di fronte al Palazzo di giustizia”, per chiedere “di trovare un accordo per evitare il clamore mediatico della vicenda giudiziaria”, scrive il gip nel provvedimento di convalida dell’arresto.

“A questo punto iniziano una serie di rapporti infarciti di mail, sms, incontri personali , bozze di transazioni” conclusi con l’arresto di Arnone per estorsione. Francesca Picone, vivendo nel terrore di un “clamore mediatico” di Arnone sulla sua vicenda personale, è alla ricerca di “un contatto-contratto” con il suo collega e con la sua ex assistita, cioè la madre dei sue disabili che si potrebbe costituire parte civile nell’udienza preliminare.

“Ciò che viene chiesto fino allo sfinimento dalla Picone – scrive il gip Provenzano – è che la vicenda processuale che la riguarda non abbia risalto mediatico e per fare questo intende operare un preventivo risarcimento del danno nei confronti” della madre del disabile, “con impegno da parte di Arnone di non dare clamore mediatico alcuno al processo e inoltre che questo accordo rimanga assolutamente riservato”. Inizia così un fitto scambio di mail tra Arnone e Francesca Picone.

La prima mail la scrive Francesca Picone ad Arnone, il 14 ottobre, in cui chiede di non sollevare polveroni mediatici. Arnone le risponde il 17 ottobre in cui comunica che “era stato trovato l’accordo risarcitorio nella somma di 18 mila euro di cui 5.000 euro di restituzione di indebito, 9.000 euro di risarcimento del danno” alla madre del disabile e “4.000 euro comprensivi di diritti per la parcella di Arnone”.

Il 26 ottobre Arnone invia a Picone un altro file in cui l’avvocato accusato di estorsione invita la Picone “a spedire il file della bozza di transazione, in modo da poterlo esaminare per la sua definitiva stipula”. E fino a qui, il gip non ravvisa “estremi di reato” ma “solo una legittima transazione di diritti disponibili  con assunzioni di specifici obblighi”, che altro non sarebbe che “il dovere del riserbo mediatico”.

Il 29 ottobre Arnone invia un’altra mail a Francesca Picone in cui comunica “di avere appreso dalla sua assistita che anche per l’altro figlio disabile” aveva ottenuto l’indennità di invalidità dall’Inps. E sugli arretrati ricevuti la madre avrebbe dovuto versare alla Picone, suo ex legale, la somma di 7.000 euro. A questo punto Arnone “raddoppia la richiesta di risarcimento – come scrive il gip – alludendo alla sussistenza di una vera e propria associazione per delinquere” ed “evocando una devastante denuncia sui fatti, con accertamenti a tappeto e provvedimenti cautelari personali e reali a carico della Picone”.

A quel punto scatta la minaccia di mandare tutto a Striscia la notizia e “contestualmente articola e modifica la richiesta risarcitoria”,  scrive il gip. Il 9 novembre Arnone “opera una ulteriore messa a punto della richiesta iniziale, quantificando la somma che la Picone avrebbe dovuto versare in 50 mila euro “di cui 18 mila euro per il danno subito, il risarcimento e le spese legali relative al procedimento fissato in udienza preliminare il 22 novembre in cui Arnone e la sua assistita – dice il gip – si obbligavano alla rinuncia alla costituzione oltre che a non diffondere e alzare clamore mediatico su quel processo”.

“Altri 18 mila euro attenevano alla restituzione, risarcimento e parcella legale per la vicenda analoga alla prima relativa al secondo figlio della donna, di cui non c’era però allo stato alcuna strutturazione giudiziale, e infine Arnone aggiungeva alla seconda richiesta quella relativa al risarcimento del danno subito dalla sua immagine a seguito della denuncia presentata dalla Picone nei suoi confronti nel 2013 per calunnia”, accusa poi archiviata.

A questo punto, Francesca Picone, stanca delle continue richieste di denaro si è rivolta alla Polizia giudiziaria. E il 12 novembre è scattata la trappola per Arnone. Con i poliziotti della Mobile pronti ad aspettarlo all’uscita dello studio legale di Picone con i due assegni appena intascati. Nel provvedimento il gip spiega che nella prima fase dell’accordo tra i due “non ci sono profili di illiceità”.

“Nelle fasi successive invece – dice il gip – Arnone, percependo la grandissima paura della Picone di potere essere oggetto di altre indagini e comunque di grave perdita di immagine professionale oltre che di prestigio personale, laddove le cose che minacciava Arnone potessero concretizzarsi, alza il prezzo delle sue richieste includendo altri fatti che, allo stato, non erano oggetto di accertamento giudiziario, che avrebbero dovuto essere comunque accertati”. E conclude: “l’avere incluso la richiesta risarcitoria globale di 50 mila euro nell’accordo” “integra i gravi indizi di reato di estorsione”. Reato “che si nutre della minaccia di denunce varie per ottenere dalla Picone il pagamento di una somma di denaro superiore a quella per la quale era stato raggiunto il primo accordo, denaro, si badi che poteva anche essere dovuto, ma di cui occorreva acquisire il titolo, previo accertamento, consensuale o giudiziario”. (AdnKronos)