Mafia: Totò Riina, l’ultimo viaggio del “capo dei capi” verso Corleone

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La bara in noce, trascinata da un carrello, entra in tutta fretta al cimitero. Totò Riina, capomafia stragista che ha condizionato la storia d’Italia degli ultimi 40 anni, viene fatto passare dall’ingresso laterale. Un modo per evitare i giornalisti, che da martedì sera stazionano davanti a un camposanto blindato, che diventa però il simbolo della sconfitta della mafia corleonese.

Con il capo dei capi costretto, da morto, a tornare nel suo paese dalla porta di servizio. Per lui, che ha scalato i vertici di Cosa nostra lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, non c’è neppure un funerale religioso, vietato dalla Chiesa che ormai da 24 anni ha scomunicato gli uomini d’onore che non mostrano segni di redenzione.

Una posizione obbligata dopo l’anatema di Giovanni Paolo II che certo, per la famiglia del capomafia, non potrà essere compensata dal clamoroso dietrofront di Facebook che aveva oscurato i messaggi di cordoglio ai Riina e oggi li ha ripubblicati scusandosi. La cronaca del ritorno a casa del boss comincia martedì mattina, quando il feretro parte dall’ospedale di Parma dove Riina è morto venerdì scorso.

L’intenzione iniziale è arrivare in paese via terra. Poi nel pomeriggio la decisione di prendere la nave a Napoli. Il carro funebre con a bordo la salma trova al porto di Palermo decine di fotografi e giornalisti che riesce a dribblare. Dietro l’auto con i familiari del boss che non sono riusciti a dargli l’ultimo saluto mentre era ancora in vita, nonostante l’autorizzazione a un incontro straordinario arrivata dal ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Al cimitero il carro viene fatto entrare dall’ingresso di servizio, proprio per evitare la stampa che aspetta il ritorno del vecchio padrino. Portata alla cappella del camposanto, la salma viene benedetta da padre Giuseppe Gentile, parroco della chiesa Maria Santissima delle Grazie di Corleone.

Nei giorni scorsi aveva rivolto un appello pubblico ai familiari di Riina, un invito a intraprendere un nuovo cammino: è stato molto meno loquace con i giornalisti. La cerimonia dura pochi minuti. Ci sono Ninetta Bagarella, moglie del boss e compagna di una vita da fuggiaschi: dopo anni di latitanza, tornò in paese con i quattro figli il giorno dopo l’arresto del boss. C’è Lucia, la più piccola dei Riina, col marito. Viso indurito e occhi gonfi di pianto. Ci sono Concetta, la maggiore delle femmine di casa Riina e Salvuccio che vive a Padova in libertà vigilata e ha avuto un permesso per assistere alla tumulazione del padre.

Manca Giovanni, il più grande dei quattro figli di Riina, il predestinato, anche per ferocia, a prenderne il posto. E’ in cella per scontare quattro ergastoli da quando aveva 25 anni. Durante la benedizione il frate recita una preghiera per i defunti. “Era tutta centrata intorno alla misericordia”, dice poi rifiutandosi di indicare quale avesse scelto. “Dio è grande e fa miracoli – aggiunge – e con la preghiera e il silenzio chissà che qualcosa non cambi in queste persone. Io ci credo”.

La tumulazione nella tomba di famiglia richiede pochi minuti. Il boss sepolto a qualche metro da chi con lui ha diviso vita e scelte di sangue: Bernardo Provenzano, morto l’anno scorso dopo anni di carcere duro. Assistono anche alcuni parenti. Una cerimonia per pochissimi intimi. Nessun curioso, nessun paesano. Anche perché il questore di Palermo, Renato Cortese, ha vietato i funerali pubblici.

All’uscita del camposanto decine di cronisti aspettano i familiari del padrino. Un cordone di polizia e carabinieri tenta di tenere i giornalisti lontani, ma Ninetta Bagarella e suo figlio vengono “accerchiati”. Non una parola, come sempre. Per qualche istante restano bloccati dai fotografi, che cercano di catturarne i volti. Ninetta Bagarella è una maschera senza espressione. Salvuccio, che per mafia ha già scontato 8 anni, tenta di proteggerla dall’assalto. Poi salgono in auto e vanno via. E a Corleone si chiude per sempre l’era di Totò Riina.(ANSA).