Azoto anziché ossigeno ad un neonato, una condanna a Palermo

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azoto anziché ossigeno ad un neonato

Azoto anziché ossigeno ad un neonato, due assoluzioni e una condanna. La sentenza di Appello ha ribaltato il primo verdetto. L’episodio si è verificato nel 2010 all’ospedale Policlinico di Palermo.

In primo grado furono condannati  per lesioni colpose gravissime, il direttore del dipartimento materno-infantile del Policlinico, Enrico De Grazia, il geometra e tecnico del Policlinico Aldo La Rosa, e l’imprenditore Francesco Inguì, titolare della Sicilcryo srl di Marineo. I tre erano stati ritenuti responsabili dell’incidente che provocò la somministrazione di azoto, invece che di ossigeno, a un neonato che riportò danni cerebrali irreversibili.

Oggi la corte d’Appello ha assolto De Grazia, difeso dagli avvocati Francesco Crescimanno e Giovanni Di Benedetto, e Inguì difeso da Luca Inzerillo. De Grazia aveva avuto un anno e mezzo, Inguì tre anni, la pena massima per questo tipo di reato. La corte ha ridotto invece la pena per La Rosa che ha avuto un anno e mezzo: in primo grado era stato condannato a tre anni. Confermata però la provvisionale immediatamente esecutiva di un milione e 200mila euro per la famiglia del bambino costituita parte civile.

Francesco Inguì, titolare della ditta Sicilcryo srl, nel 2010, eseguì i lavori sull’impianto di gas medicali del reparto Maternità del Policlinico; Aldo La Rosa era direttore dei lavori.

Il tragico errore avvenne quando il neonato, Andrea Vitale, dopo la nascita mostrò segni di sofferenza. I medici decisero di somministragli l’ossigeno. Ma nel tubo dell’impianto appena rifatto dalla Sicilcryo srl e mai collaudato c’era invece protossido di azoto, un gas anestetizzante che il neonato respirò per 68 minuti.

“Non fu eseguita alcuna prova di gas specificità ne le opere vennero collaudate – scrisse il giudice di primo grado -. Ciò nonostante le prese erano state dotate di flussometri e attacchi che rendevano immediatamente fruibile l’impianto di gas medicale”.

Il processo era arrivato a sentenza dopo 7 anni dai fatti per vari avvicendamenti del magistrato giudicante. Il bambino, che non parla e non cammina, ha bisogno di assistenza continua.