Caso Contrada, l’avvocato Giordano: “Chiederemo il reintegro in Polizia”. Video

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L’avvocato Stefano Giordano, legale di Bruno Contrada ex poliziotto condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa, per cui oggi la Cassazione ha disposto la revoca della condanna, chiederà che il suo cliente venga reintegrato nella Polizia. Dopo il passaggio in giudicato della sentenza, oggi revocata, Contrada era stato destituito perdendo anche il diritto alla pensione maturata in 35 anni di carriera.

“Abbiamo già chiesto al Consiglio di Stato – ha detto Giordano – che Contrada venga reintegrato. Al momento il mio assistito è un incensurato. La Cassazione ha annullato tutti gli effetti penali della sentenza, ad esempio l’interdizione dai pubblici uffici”.

Contrada fu arrestato il 24 dicembre 1992 ed ha scontato interamente la condanna, parte della quale nel carcere militare di Forte Boccea. Al momento dell’arresto, Contrada era stato da poco nominato dirigente generale della Polizia, era al Sisde ed era annoverato tra i possibili capi della Dia. “L’inchiesta su di me – ha detto Contrada in conferenza stampa – fu condotta dalla Dia. Con questo non accuso nessuno e non alludo: racconto solo fatti. Contro di me ci sono solo invenzioni di efferati criminali pagati dallo Stato, capaci di passare sopra al cadavere della madre pur di uscire di galera o accuse suggerite loro da uomini che neppure voglio definire”, ha detto l’ex numero due del Sisde Bruno Contrada nel corso della conferenza stampa convocata dal suo legale, l’avvocato Stefano Giordano, per commentare la sentenza della Cassazione che ha revocato la condanna a 10 anni inflitta all’ex poliziotto, accusato di concorso in associazione mafiosa.

“Le carte dei miei processi – ha aggiunto Contrada – si dovrebbero raccogliere in un libro per gli studenti di Legge intitolato “Come costruire un processo sul nulla”. C’è chi sbrana – ha concluso – e chi si contende i resti del cadavere: avvoltoi, corvi e iene”.

“Tutti i fatti che mi sono stati contestati e che sono stati posti alla base delle sentenze di condanna nei miei confronti, io non li ho commessi. Non ho mai commesso fatti costituenti reato. Sono stati altri a tradire lo Stato e le istituzioni di cui onoro di aver fatto parte in primis la Polizia di Stato, ma anche l’Esercito e i Servizi”, ha sottolineato Bruno Contrada.

“Ribadisco quanto dissi dopo la condanna in primo grado a 10 anni: io quei fatti non li ho commessi e qualora lo avessi fatti meriterei la fucilazione alla schiena per altro tradimento. Si tratta o di invenzioni di efferati criminali pagati dallo Stato – ha detto l’ex numero due del Sisde – oppure loro suggerite, le accuse, da uomini che non voglio qualificare ne definire”. Infine rispondendo ad una domanda Contrada ha affermato: “Io al dottore Ingroia, che è stato mio inquisitore durante indagini preliminari e mio accusatore nel processo, non ho nulla da dire. Ma se lo incontrassi mi limiterei a cambiare strada e marciapiede. Non odio nessuno, semplicemente se incontrassi i miei accusatori, cambierei strada. Quello che sento verso chi si è comportato male con me è solo disprezzo, dove per disprezzo intendo mancanza di apprezzamento”.

“La mia vicenda giudiziaria è stata la tragedia della mia vita, qualcosa che ha devastato la mia vita. E fin dal primo istante ho detto che mi sarei difeso senza accusare nessuno”, ha detto Bruno Contrada ai giornalisti. “Non ho mai pensato di fare cadere le colpe sugli altri. Amici o nemici che fossero. Ho mantenuto fede al mio proposito”.

“Ci sono voluti venticinque anni di lotta per fare emergere la verità ed avere giustizia e il termine adatto non può chiamarsi soddisfazione, ma consapevolezza che esiste ancora giustizia – ha affermato Bruno Contrada-. Di fronte a una vicenda giudiziaria gravissima, quasi insostenibile sono stato attanagliato dal dubbio che la giustizia non esistesse più. Ma io fin dal primo momento decisi di lottare fino al mio ultimo respiro perché emergesse la verità e la giustizia”.

Alla domanda su quali siano stati i momenti più difficili in questi anni, Contrada ha risposto: “Non è facile individuarli, ce ne sono stati tanti, difficilissimi. Ma forse quello più difficile è stato il primo impatto con la privazione della libertà. La sera in cui sentii alle mie spalle lo stridore della chiave nella serratura e poi il rumore del blindato che mi chiudeva in una cella. Quello è stato un momento che non auguro neppure al mio più acerrimo nemico”. E poi ha rivelato: “Oggi ho ricevuto una caterva di telefonate da parte dei miei familiari innanzitutto, fratelli, cognati e nipoti che con me e per me hanno sofferto in questi venticinque anni. E poi da parte di amici e colleghi. Di persone che ho frequentato per svariati motivi. Anche da parte di uomini delle istituzioni, anche giudiziari”.

Poi a proposito della sua esperienza in carcere ha sottolineato: “Per avere un’idea di cosa è la sofferenza del carcere bisogna averla provata e subita. Non c’è nessun trattato o libro che può descrivere la sofferenza di esser privato della libertà specialmente se l’uomo è innocente. E’ una esperienza che non si può descrivere”.