Catania, mafia: l’Etna bar di via Galermo era la base operativa delle cosche

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Catania: un luogo strategico, molto ambito, da decenni, dalle cosche catanesi più attive sul territorio le quali attraverso attività illecite hanno ripetutamente spinto gli investigatori verso l’Etna Bar di via Galermo. Nei giorni scorsi, dopo varie operazioni di polizia, si è potuto accertare che la gestione è in mano a Cosa nostra e in particolare alla cosca Cappello-Bonaccorsi.

Grazie a fonti attendibili e riservate, è possibile una ricostruzione del contesto storico dalla fine degli anni Ottanta ad oggi con le varie evoluzioni dei clan che utilizzavano il bar come base operativa, dalla quale il gruppo del Malpassotu, ovvero Pippo Pulvirenti, gestiva e controllava anche le zone limitrofe. Luogo strategico a pochi passi dalla contrada Poggio del Lupo, zona in cui abitava la famiglia del boss mafioso, centro di incontro in cui venivano convocati imprenditori – vittime di estorsione – e uomini dei diversi clan per pianificare azioni illecite, concordare trattative, stilare la lista delle successive vittime.

Anni, quelli dalla fine degli anni Ottanta ai Novanta, in cui gli omicidi erano all’ordine del giorno, anche nei pressi dell’attività commerciale, ad esempio; anni in cui molta gente è sparita e del corpo non si è più trovata alcuna traccia. Anni brutali, quelli caratterizzati dalle guerre tra clan per prendere il sopravvento sui nemici, per riuscire a controllare il territorio, già segnato col sangue. Un prezzo alto che i mafiosi non hanno mai temuto di pagare.

Diversi pentiti, tra cui Filippo Malvagna, nipote di Pulvirenti e autore di almeno una ventina di omicidi, il quale scelse di collaborare con la giustizia deponendo al processo per la trattativa tra Stato e mafia a Palermo, riferirono che il gestore del bar – in quegli anni – era un “uomo loro”, un “amico” del clan che si prestava a occultare prove o a custodire le armi che servivano per i “lavori”.

Tra le varie guerre di mafia, quella dei Cappello-Bonaccorsi fu determinante per sostituire la presenza dei Santapaola. Scontro in parte fermato dall’operazione Revange, al centro dell’indagine, il tentativo di ascesa, i contrasti e le vendette personali della più sanguinosa cosca catanese.

A ricordare quegli anni, Gabriella Guerini, che ha subito tentativi di estorsione, minacce invasive nella attività gestita con il marito: “Siamo riusciti a sfuggire alle imposizioni, alle minacce e al loro potere, mantenendo sempre la nostra dignità”, ricorda oggi la presidente di una importante associazione Antiracket che opera a Catania. “Loro sono radicati, sono persone che hanno creato solidamente agganci forti e si servono per le loro attività di professionisti”, aggiunge.

Un luogo, l’Etna Bar, capace di garantire lo smistamento di informazioni necessarie per portare avanti “progetti” che superavano certamente la linea di confine etnea, spazi in cui poter trattare delle controversie, riferire messaggi destinati ai latitanti, un ritrovo ben costruito per lasciare fluire persino quel denaro che attraverso i servizi offerti diventava pulito.

Nei giorni scorsi, il dirigente della divisione Anticrimine di Catania, Ferdinando Buceti ha dichiarato che il vero proprietario dell’attività è Cosimo Tudisco – pregiudicato che si trova già in carcere con nove condanne definitive – ritenuto vicino alla cosca capeggiata da Salvatore Cappello, il quale è riuscito nonostante tutto a gestire le proprie attività commerciali grazie all’aiuto della compagna, Rosaria Lanzafame che ha sempre fatto da tramite.

Ma la vittoria della giustizia potrebbe essere solo effimera: “Quando un clan viene indebolito, dagli arresti o da una guerra destinata al controllo del territorio, subentrano nuovi soggetti, pronti a prendere il potere”, a dichiararlo è un testimone di giustizia che sulla propria pelle ha conosciuto le dinamiche spietate degli “uomini d’onore” che hanno segnato la storia recente di questo territorio. (katya maugeri)