Confisca di beni per Paolo Alamia, imprenditore vicino a Ciancimino

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traffico illecito di gasolio

Confisca di beni per Paolo Alamia, costruttore e immobiliarista originario di Villabate. Ammonta a circa 15 milioni di euro il valore del patrimonio confiscato dalla guardia di Finanza.

I finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo, coordinati dalla Procura, hanno dato esecuzione al provvedimento, emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, che interessa numerosi immobili e terreni, imprese, rapporti finanziari (con disponibilità liquide pari a circa 900mila euro) e auto.

Le indagini condotte dal Gico hanno passato al setaccio nell’arco di tre anni atti giudiziari e informazioni patrimoniali, che riguardano oltre 50 anni. “E stato necessario assumere le dichiarazioni di decine di collaboratori di giustizia – spiegano le Fiamme gialle – rianalizzare gli esiti processuali del processo sulla cosiddetta ‘Trattativa’ così come quelli della vicenda collegata all’immobiliare Inim, coinvolta nella speculazione edilizia di Peschiera Borromeo e a decine di fallimenti, per ottenere una visione di insieme di fatti accaduti anche grazie a quello che i giudici definiscono il ‘silenzio garantito dalle lungaggini processuali’, su un soggetto che lo stesso Paolo Borsellino nel 1992 diceva sapere in affari con Vito Ciancimino”.

Pur non essendo mai stato condannato per reati di associazione mafiosa, Alamia è considerato negli anni ’70 e ’80 socio e prestanome dell’ex sindaco mafioso di Palermo e imprenditore di riferimento dei boss Provenzano e Riina, socio di Marcello Dell’Utri e in contatto con mafiosi del calibro di Antonino Cinà, Saro Riccobono, Salvatore Micalizzi.

Considerato vicino ad uno dei più spietati killer di Ciaculli, Pino Greco detto “scarpuzzedda”, Alamia, all’epoca definito “oscuro ragioniere di Villabate”, fu l’azionista di controllo e il rappresentante legale della storica ‘Inim – Internazionale Immobiliare Spa’, costituita a Palermo nel 1976 e poi trasferita a Milano, allora considerata potenzialmente “il terzo gruppo italiano in campo immobiliare”.

“Tale società – spiegano gli investigatori – si occupò dell’acquisto di grandi aziende fallite (e dei relativi pregiati terreni, resi edificabili) in Lombardia, Piemonte e Lazio, allo scopo di preordinare grandi operazioni di speculazione immobiliare ad alto tasso d’utile. Nell’operazione Dell’Utri fungeva da mediatore tra l’imprenditoria milanese e la mafia, mentre Alamia ne rappresentava gli interessi”.

“Gli stessi indagati e coimputati Filippo Alberto Rapisarda, Rocco Remo Morgano, Gioacchino Pennino e Tullio Cannella – dicono ancora gli investigatori – indicavano Alamia quale soggetto vicino a Cosa Nostra pur non essendo formalmente affiliato”.

Nei confronti del costruttore ci sono anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori nell’ambito delle indagini relative alla scomparsa dell’imprenditore Antonio Maiorana e del figlio, avvenuta nell’agosto del 2007.

All’indomani della scomparsa, l’attenzione degli investigatori veniva rivolta nel mondo in cui aveva sempre gravitato Maiorana, ovvero, ancora una volta, proprio quello delle iniziative edilizie portate avanti da Alamia con l’appoggio di Ciancimino. Si tratta della realizzazione, in pieno periodo del “sacco di Palermo”, di numerosi complessi immobiliari (in via Roccaforte, in via Empedocle Restivo, in via Duca della Verdura, in viale Regione Siciliana, in via Scobar, in via Platen, in Piazza Principe di Camporeale, in via Lulli, in piazza Verdi), delle ville di contrada Inserra, ma anche della Baia degli Emiri a Cefalù (Palermo), oltre a numerose altre costruzioni sparse per la provincia.

Le società che cambiavano il volto alla città, secondo il meccanismo ricostruito dagli investigatori, svanivano in poco tempo nel nulla, senza versare soldi alle casse dello Stato o finendo coinvolte nei vari fallimenti del gruppo Alamia, “arricchendo l’ingegnere di Villabate e la mafia”, dicono gli investigatori.