DIARIO DI VIAGGIO – Cambogia, gli eredi di Pol Pot e la voglia di riscatto dei giovani

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La Cambogia sulla carta è una monarchia costituzionale ma il premier, che governa col pugno di ferro da 35 anni, vuole lasciare la guida del Paese al figlio. Tra 10 anni però

 

A febbraio Bruxelles ha chiesto al governo di Phnom Penh di sospendere il processo annunciando, in caso di rifiuto, il congelamento degli accordi commerciali. Sul momento Hun Sen ha fatto la voce grossa, dichiarando che “la Cambogia non s’inginocchierà davanti a nessuno” ma, prudentemente, i giudici hanno fatto scivolare le date delle udienze a primavera. Poi si vedrà. Una giravolta obbligata da un fattore imprevisto quanto devastante: il coronavirus. La terribile pandemia ha infatti indebolito drammaticamente la Cina, grande alleato e finanziatore del regime. Allo scatenarsi della crisi Hun Sen è volato a Pechino, unico capo di Stato al mondo, per riaffermare la sua “fraterna vicinanza” al premier Xi Jinping; come pegno di fedeltà ha mantenuto aperti i collegamenti aerei e si è rifiutato di rimpatriare una ventina di studenti in quarantena a Wuhan.

Prove di dedizione che però non hanno impedito il blocco causa il rallentamento forzato delle industrie cinesi dei rifornimenti di materie prime, indispensabili per l’operatività delle filiere cambogiane.

Con rara spregiudicatezza il premier ha visitato la nave e, dopo un frettoloso controllo, i 1445 passeggeri sono stati sbarcati e portati a Phnom Penh da dove hanno proseguito per le loro destinazioni finali, sparpagliandosi per tre continenti. Purtroppo, poi, le cose sono andate storte. A Kuala Lumpur una donna statunitense è risultata positiva al virus, mettendo in allarme le autorità sanitarie internazionali, impegnate da settimane a ricostruire identità e spostamenti dei gitanti.

Il governo cambogiano, ovviamente indifferente alle critiche, ha minimizzato il problema ribadendo che “non si farà influenzare «dalla malattia della paura”. Follie? No. In verità, nulla di nuovo o di strano se si ripercorre l’incredibile vicenda dell’immarcescibile leader.

Nato nel 1952 nel cuore rurale del Paese, a vent’anni si schiera con i Khmer rossi di Pol Pot e si distingue nell’attacco finale alla capitale, nell’aprile del 1975. Nella battaglia perde l’occhio sinistro e guadagna i galloni di comandante. Comunista ma non stupido, l’uomo comprende presto che le purghe interne stanno per inghiottirlo con un posto assicurato nel lager di Tuol Sleng e lestamente fa fagotto per il vicino Vietnam. Una scelta pagante. Nel 1979 rientra in patria al seguito delle truppe di Hanoi meritandosi l’incarico di ministro degli Esteri. Nel 1985, a soli 33 anni, diventa primo ministro, al tempo un record mondiale. Da allora, ignorando sconfitte elettorali e colpendo implacabilmente ogni oppositore, non ha più mollato la poltrona. A cambiare sono stati gli interlocutori e i programmi. A chi gli ricordava le antiche convinzioni il premier ha risposto “sono un pragmatico. Ho seguito il marxismo leninismo sinché era necessario, ma non tutti quelli che vanno in chiesa hanno la stessa fede”.

Dimenticati gli amici sovietici, gettate in discarica falci e martelli, dal 1990 Hun Sen si è convertito come confermano gli scintillanti grattacieli di Phnom Penh e le bidonville della periferia, i lussuosi alberghi di Angkor e le palafitte del lago Tomple Sap all’economia di mercato e al turbo capitalismo in salsa cinese. Investimenti e povertà, lusso e molto nepotismo intrecciato a tantissima corruttela come conferma il 161° posto su 180 della classifica mondiale dell’indice di corruzione stilato da Transparency International.

Eppure per le generazioni che hanno conosciuto nel passato l’orrore del regime di Pol Pot (quasi due milioni di morti in 3 anni, 8 mesi e 20 giorni) il presente rimane accettabile. Lo spettro di una nuova guerra civile, puntualmente evocato, terrorizza e spaventa i più e poco importa se persino il genocidio interno è stato liquidato con qualche solitario processo a pochi e selezionati gerarchi rossi e poi sepolto da molti silenzi imbarazzati sui complici, oggi abbondantemente riciclati e sommamente potenti. A protestare e a opporsi vi sono i solo giovanissimi, ansiosi di idee e volti nuovi, presentabili, ma per ora senza prospettive.

Sgominata l’opposizione, il regime controlla tutto: tv, radio e social network mentre il Phnom Penh Post, unico quotidiano indipendente, è stato “normalizzato”. Il re Norodom Sihamoni formalmente la Cambogia è una monarchia costituzionale non conta nulla: a differenza del padre Sihanouk, personaggio carismatico, il prudentissimo monarca vive rinchiuso nella sua gabbia dorata, lo splendido palazzo che si staglia sulla riva del fiume Tonlè Sap, e non s’intromette negli affari di Stato.

Hun prevede di governare la Cambogia ancora per i prossimi dieci anni. Poi sarà il turno di suo figlio, Hun Manet, 42 anni, capo delle forze armate. Lo scorso mese a Pechino Xi Jinping ha assicurato il suo sostegno al clan. Coronavirus permettendo.