Dopo l’assalto a Capitol Hill il Congresso proclama la vittoria di Biden

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assalto a capitol hill

Dopo la giornata di follia di ieri, con l’assalto dei sostenitori di Trump a Capitol Hill, Mike Pence ha finalmente proclamato formalmente la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris. Il parlamento ha voluto reagire di fronte ad un Paese e ad un mondo rimasto scioccato riprendendo la seduta dopo che la polizia – ora sotto accusa per la sua inadeguatezza – ha garantito la sicurezza del Campidoglio.

“Non avete vinto, la violenza non vince mai”, ha detto Pence riferendosi ai manifestanti pro Trump. “Hanno tentato di fermare la nostra democrazia ma hanno fallito”, gli ha fatto eco il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, mentre il suo omologo dem Chuck Schumer ha puntato il dito contro il presidente e le sue teorie cospirative, che hanno fomentato “non manifestanti ma insurrezionisti degni di essere perseguiti”.

Il Congresso ha dibattuto e respinto solo due obiezioni ai voti del collegio elettorale da parte di Repubblicani, in Arizona e in Pennsylvania. Ma se dopo gli scontri al Senato la dozzina di contestatori si è dimezzata, alla Camera la maggioranza del partito ha votato a favore. Ora il Paese può tentare di “voltare pagina”, come ha auspicato Biden, che giurerà il 20 gennaio.

L’allarme pero’ resta alto, dopo un assalto costato 4 morti (tre per emergenze mediche e una veterana dell’aeronatica fan di Trump, colpita al petto dal colpo di pistola di un agente), 13 feriti e 52 arresti. Nella notte sono state trovate e disinnescate dall’Fbi due bombe artigianali vicino ai quartieri generali del partito repubblicano e democratico nel centro di Washington.

La sindaca di Washington Muriel Bowser ha esteso l’emergenza pubblica e il coprifuoco fino al 21 gennaio, mentre il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo invierà 1.000 membri della Guardia nazionale per garantire una transizione pacifica. Tutti gli occhi ora sono puntati su Trump, sempre piu’ isolato dopo che il suo account è stato temporaneamente bloccato da Twitter, Facebook, Youtube e Instagram per le sue minacce e le sue accuse sul voto.

C’e’ aria di dimissioni nel suo governo, a partire dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’ Brien, dopo quelle già presentate dal suo vice Matt Pottinger e da Stephanie Grisham, portavoce e chief of staff della first lady Melania. E gira l’ipotesi di rimuoverlo con l’impeachment o, più facilmente e velocemente, invocando il 25° emendamento.

Intanto sembra che il commander in chief sia stato tagliato fuori dalla catena di comando: a dispiegare la guardia nazionale è stato Pence, non Trump. A censurarlo anche un coro di ex presidenti: Barack Obama, Bill Clinton, Jimmy Carter e George W. Bush, che ha evocato la “Repubblica delle banane”.