Fotografia: gli scatti di Giovanni Franco in “Gira, foto e firrìa” a Palermo

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Le immagini incorniciate fanno capolino tra le siepi e gli alberi di uno spazio verde nel cuore di Palermo, dove aveva sede il chiostro del Convento, oggi casa San Francesco. E’ tornata la fotografia nel giardino di Al Fresco bistrot (vicolo Brugnò, 1 a Palermo), con una rassegna dal titolo “Gira, foto e firrìa” dedicata agli autori palermitani e al loro sguardo sul presente.

Ha aperto questa lunga estate di racconti per immagini “La città congelata” del giornalista Giovanni Franco, in programma da questi giorni al 16 giugno e visitabile durante gli orari di apertura del bistrot (da mercoledì a domenica, dalle 12 alle 23). Un ritratto inedito della città di Palermo, “congelata” durante il lockdown ma con un forte desiderio di tornare alla normalità.

A curare la rassegna, è il fotografo Salvo Gravano: “Negli spazi di Al Fresco giardino e bistrot aspetteremo chi, amante della buona compagnia e del buon cibo, è disponibile a condividere emozioni, facendosi condurre “dentro” le storie, vicine per tempi o per luoghi, proposte da alcuni fotografi palermitani.

Tra i fotografi che esporranno Al Fresco anche Igor Petyx, con la mostra “Vivi pagliaccio” (dal 19 giugno al 7 luglio), dedicata alla vita degli artisti durante l’emergenza sanitaria, e Marcello Mussolin e Marcello Troisi, con “Periferie culturali”, un ritratto del centro storico e dei suoi abitanti (dal 10 al 28 luglio). Ci saranno anche Veronica Scafidi e Silvia Sangregorio con un racconto della Namibia ed Erminia Scaglia col suo sguardo sull’Amazzonia. Concluderà Salvo Gravano a settembre con “Il respiro della Terra”.

Un programma che proseguirà per tutta l’estate e che vuole lasciare una traccia di sé nei visitatori: per cercare di far comprendere meglio cosa possa significare “lasciare una testimonianza di un incontro”, alcuni dei fotografi della rassegna saranno disponibili per creare una “foto segnalEtica” che racconti, attraverso un ritratto, l’istante fugace e unico di un incontro tra due persone che si guardano negli occhi. L’obiettivo etico che si prefigge l’iniziativa è quello di sostenere i percorsi fotografici sviluppati dall’associazione Laboratorio Zen Insieme.

“L’emergenza Covid-19 ha costretto tutti noi a limitare i nostri impegni e i nostri spostamenti e, in alcuni casi, ad azzerarli del tutto, frenando quella che lo scrittore novecentesco Ernest Hemingway definisce come un’eccitantissima perversione di vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe”, afferma Gravano.

“Le nostre città, abituate ad un frenetico via vai, durante il lockdown hanno assunto nuovi volti e nuove abitudini. – prosegue – Giovanni Franco, ci mostra con i suoi scatti aspetti della città “congelata”: c’è chi ha tentato di continuare a lavorare, ci sono i monumenti e le zone normalmente trafficate ora completamente vuoti e ci sono nuovi spazi, prima sottovalutati e dati per scontato, ma che di recente hanno acquisito importanza per tutti: i balconi. Il tutto è rappresentato con colori vividi e brillanti, che rappresentano la speranza di tornare alla normalità raggiungendo il più presto possibile la tanto sospirata immunità di gregge”.

“Ho scelto di descrivere con le immagini un periodo che sicuramente sarà raccontato in futuro nei libri di storia – dice Giovanni Franco – con la mia macchina fotografica ho documentato quel “tempo sospeso”, come acutamente definito per prima dalla psichiatra Santa Raspanti, che ha visto le persone confinate in casa per non incappare in un nemico invisibile ma pericolosissimo qual è il Coronavirus. Con l’arrivo della pandemia – aggiunge Giovanni Franco – le strade si svuotarono, i negozi e le attività chiusero le saracinesche e calò un innaturale silenzio, squarciato solo dalla voce stridula dell’altoparlante dell’automobile della protezione civile che invitava la popolazione a rimanere in casa. Oltre alle vie deserte ho anche ripreso i mercati con la gente che faceva la spesa, i passanti in mascherina, gli anziani al sole e i balconi trasformati in stanze da abitazione dove prendere a volte anche il tè”. (di Salvatore Villabate)