Gela, “donne d’onore” gestivano i clan al posto dei mariti

0
51
gela

Donne boss a Gela per gestire gli affari delle cosche mentre i mariti erano in carcere. Erano loro a tenere le fila del racket delle estorsioni e il traffico degli stupefacenti con fredda e lucida determinazione. E’ quanto emerge dall’inchiesta, denominata “Donne d’onore”, condotta dai carabinieri di Gela e coordinata dalla Procura di Caltanissetta, che ha portato all’arresto di sei persone.

Le misure di custodia cautelare sono in tutto sette: sei arresti – quattro in carcere e due ai domiciliari – e un obbligo di firma. Domiciliari per Monia Greco, 40 anni, di Gela, e per Maria Teresa Chiaramonte, detta Mary, 44 anni. In cella Nicola Liardo, 43 anni, personaggio di spicco del clan Emmanuello, Salvatore Crisafulli 39 anni, Giuseppe Liardo, 20 anni e Salvatore ‘Tony’ Raniolo, 27 anni. Obbligo di firma per Dorotea Liardo, “Doroty”, 22 anni.

I sette rispondono a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti aggravato dal metodo mafioso, estorsione aggravata e danneggiamento.

Il blitz è scattato all’alba. In azione i carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta, a Gela, Catania, Palermo e Agrigento. L’indagine è partita nell’ottobre 2015 a seguito di alcuni danneggiamenti a colpi di fucile da caccia a imprenditori locali. Accertata anche una fiorente attività di spaccio con numerosi acquisti di ingenti partite di droga Catania che alimentavano il mercato gelese. E fatta luce su estorsioni e danneggiamenti a colpi di fucile da caccia, tra cui i due episodi del 22 ottobre 2015 per debiti legati allo spaccio di stupefacenti.

Al centro dell’organizzazione Nicola Liardo, il quale insieme al suo ex compagno di cella, Salvatore Crisafulli, impartiva gli ordini dal carcere e gestiva un vasto traffico di droga, in particolare cocaina. I due capi famiglia, avrebbero gestito i loro traffici illeciti, grazie alle rispettive compagne, Monia Greco e Maria Teresa Chiaramonte. Giuseppe Liardo avrebbe svolto il ruolo di corriere, mentre Salvatore Raniolo avrebbe poi smerciato la droga proveniente da Catania.

Contestate alla presunta organizzazione anche due estorsioni ai danni di altrettanti imprenditori gelesi, uno dei quali sarebbe stato costretto ad assumere fittiziamente il figlio del boss. Liardo, capo indiscusso del clan Emmanuello, impegnato nel traffico di stupefacenti a partire dagli anni ’90, impartiva, dunque, le disposizioni alla famiglia direttamente dal carcere dove è tuttora detenuto: la moglie di Liardo e la compagna di Crisafulli avevano il ruolo di intrattenere i contatti con gli acquirenti e di organizzare le trasferte per fare carico della sostanza stupefacente.

Giuseppe Liardo, ricevute le disposizioni dalla madre Monia Greco, si recava a Catania per acquistare cocaina dalla compagna di Salvatore Crisafulli e, successivamente, la reimmetteva nel mercato gelese avvalendosi di altri spacciatori tra cui Salvatore Raniolo.