Il Coronavirus uccide il pentito di mafia Francesco Di Carlo, originario di Altofonte

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Una polmonite da Coronavirus è stata fatale per Francesco Di Carlo, 79 anni, boss di mafia, originario di Altofonte, a pochi chilometri da Palermo, diventato collaboratore di giustizia. Il boss, che viveva in Francia, è morto in un ospedale dell’Ile de France, la regione di Parigi, in cui si era trasferito alcuni anni fa con la propria compagna e da anni era uscito dal programma di protezione. Di Carlo si era sentito male nei giorni scorsi e stanotte ha avuto una crisi respiratoria da cui non si è più ripreso.

Da Altofonte “Franco” Di Carlo era andato via molto presto, per spostarsi a Milano e poi in Inghilterra, sulle piste del traffico internazionale di stupefacenti. Di Carlo, storico narcotrafficante di Cosa nostra, per anni è stato detenuto in Inghilterra dove, dietro il paravento di una società di import-export, gestiva traffici di cocaina per miliardi di sterline.

Nel 1996 iniziò la collaborazione con la giustizia italiana diventando tra i grandi accusatori dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che indicò come il mediatore dei rapporti che l’ex premier Silvio Berlusconi avrebbe avuto con la mafia. Un altro pentito, Francesco Marino Mannoia, affermò che Di Carlo aveva ucciso il banchiere Roberto Calvi, uno dei gialli internazionali mai risolti, omicidio avvenuto a Londra nel 1982 e mascherato da suicidio per impiccagione, sotto il ponte dei Frati Neri. Da quella accusa il pentito era stato prosciolto.

Il boss, mente finanziaria delle cosche, non è mai stato condannato per mafia, al contrario dei suoi due fratelli, Andrea e Giulio, tutti mafiosi che si muovevano tra San Giuseppe Jato e Altofonte. Venne arrestato nell’85 in Inghilterra – contemporaneamente al sequestro di 57 kg. di eroina tra Gran Bretagna e Canada – e condannato nell’87 per traffico di droga a 25 anni di carcere. Nel ’96 fu rimpatriato in Italia su sua richiesta e cominciò la collaborazione con la giustizia. Per questo subì anche vendette trasversali come l’attentato incendiario alla ditta edile del cognato e l’omicidio del cognato del fratello Andrea.

Di Carlo è sempre stato al centro di indagini su mafia e per omicidi, come quello del vice questore Boris Giuliano, ma senza subire condanne. Le sue dichiarazioni da collaboratore hanno riguardato diversi processi importanti da quello a Giulio Andreotti a quello a Marcello Dell’Utri da quelli per le stragi palermitane di via D’Amelio e Capaci sino a quello sulla presunta trattativa Stato-mafia. Nonostante le innumerevoli deposizioni, le interviste in tv e sui giornali e i due libri autobiografici Di Carlo, detto il macellaio di Altofonte, ha portato nella tomba tanti segreti di Cosa nostra appresi per oltre mezzo secolo tra gli anni ’80 e ’90.