Il Giorno del ricordo, “La prima volta che ho visto e compreso l’orrore delle foibe”

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Giorno del ricordo

Anni prima che fosse istituito il Giorno del ricordo e che il dramma delle popolazioni giuliano-dalmate squarciasse la cortina dell’indifferenza, conobbi da vicino, e quasi per caso la tragedia delle foibe.

Era una primavera di uno dei primi anni ’90. Durante un soggiorno nel Nordest d’Italia alcuni amici triestini mi proposero, una domenica, una gita un po’ particolare. Accettai con curiosità l’invito. Partimmo all’alba e dopo un piacevole percorso in auto, immersi nel paesaggio naturale carsico, arrivammo a Basovizza. Ormai il nome è noto ai più e richiama immediatamente alla memoria il pozzo profondo oltre 250 metri nel quale furono precipitate vive non si sa quante persone. Ma l’impatto con quella lapide e con la riproduzione grafica dello spaccato della foiba fu un pugno allo stomaco. Nessun presidente della Repubblica era ancora andato in quello che oggi è un monumento nazionale, il raccoglimento e la preghiera furono quasi un atto di clandestina pietà umana.

Visto il mio commosso interesse, a me che venivo da tremila chilometri di distanza e che in Sicilia “questa cose non le ho mai viste ne sentite”, gli amici proposero un’altra tappa. Non molto lontano, immerso in un’angolo di paradiso tra i boschi, un nome che resterà impresso a lungo nella mia mente, l’abisso di Plutone. Una voragine profonda oltre centro metri, un pozzo naturale che ha, anche lui, inghiottito decine di italiani. Ero lì ad osservare tra lo stupito e l’inorridito quella strana fenditura suo malgrado protagonista di una storia così stridente con il sereno paesaggio circostante, quando accadde qualcosa di incredibile.

Vedendoli arrivare da un sentiero, tra la bruma mattutina, ebbi l’impressione di essere tornato indietro nel tempo o di essere al cospetto di un’apparizione di fantasmi. Erano una decina, forse quindici. Alcuni indossavano ancora le uniformi con le quali avevano combattuto lungo quei confini, altri erano in abiti civili, tra loro alcune donne. In quei volti severi e silenziosi poteva leggersi tutto il dramma tenuto dentro un’esistenza intera.

Arrivarono accanto a noi e si mossero come se non esistessimo. Si schierarono davanti all’abisso di Plutone, qualcuno alzò il labaro di chissà quale reparto militare, qualcun’altro tirò fuori un fazzoletto per asciugare le lacrime. Poi cantarono insieme l’inno di Mameli, pregarono insieme, gli ex militari lanciarono il “presente” per i loro commilitoni caduti. Ancora una preghiera. poi si sciolsero. Fu allora che con un nodo in gola presi il coraggio a due mani e chiesi loro qualche spiegazione.

Si aprirono, quei volti si rasserenarono di fronte ad una curiosità che non era invadenza ma voglia di comprendere.  Non era ancora stato istituito un Giorno del ricordo e condividere quella tragedia con chi veniva da tanto lontano fu quasi terapeutico.

Erano familiari e commilitoni di infoibati. Se in Sicilia è esistita la lupara bianca, pensai subito, quello era stata la versione slava dell’orribile metodo mafioso. Monrupino, Basovizza o l’abisso di Plutone come la corleonese Rocca Busambra.

Ognuno di loro mi raccontò una storia vissuta in prima persona. Tra il 1942 e il 1946 non furono soltanto i militari, i poliziotti o i fascisti a finire in quel frantoio di sangue, ma anche normali cittadini, maestri di scuola, semplici impiegati, contadini, sacerdoti, commercianti e professionisti colpevoli soltanto di essere italiani. Non fu semplicemente una guerra ideologica, fu pulizia etnica, come quella che i Balcani hanno vissuto più di recente, condotta contro chi aveva la colpa di avere una storia di presenza in Istria e Dalmazia lunga oltre mille anni.

Di fronte quell’abisso, ancora aperto davanti ai nostri occhi, rabbrividii ad ascoltare il racconto dei prigionieri portati proprio lì dove in quel momento eravamo in piedi noi. Messi in fila, picchiati, denudati, le donne violentate, legati l’uno a l’altro con del filo di ferro. Il primo della fila era il più fortunato. Un colpo di pistola in testa faceva cessare le atroci sofferenze. Per gli altri iniziava l’inferno, trascinati vivi giù nel nulla dal peso della prima vittima, precipitare fino ad oltre cento metri sfracellandosi sulle pareti del pozzo per terminare la corsa sul fondo.

Loro, i carnefici, avrebbero infine gettato un cane vivo nella foiba. Secondo una credenza slava di quei luoghi avrebbe vegliato affinché le anime dei morti non fossero tornate a perseguitarli. Qualche bomba a mano gettata a casaccio nel pozzo era il sigillo dell’operazione.

Rimasi inorridito e commosso ad ascoltare il racconto di quella anziana signora che probabilmente aveva perso il papà e lo sapeva sepolto nell’abisso. Così come, anni dopo, restai in silenzio, quasi con un senso di vergogna per non aver saputo nulla prima, nell’apprendere la storia che visse in Istria da bambino, Benito Paolone, storico esponente politico siciliano scomparso qualche anno fa.

“Ricordo come fosse oggi – mi diceva Benito con gli occhi arrossati dalle lacrime -. Avevo quattro anni, mio padre tornò a casa a Pola, mangiò qualcosa con noi e disse a mamma che doveva tornare in ufficio, in prefettura. Non andare! rispose mia madre, ma mio padre disse di non avere paura, lui era soltanto un impiegato, non era militare ne faceva parte della milizia fascista, cosa poteva accadere?! Poi si sedette, mi mise sulle sua gambe e iniziò a giocare con me. Durò poco, mi baciò, salutò la famiglia e uscì. Fu l’ultima volta che lo vidi. Fu arrestato insieme ad altri connazionali ma non siamo mai riusciti a sapere cosa gli accadde e dove fosse stato poi sepolto”.

Fu allora che compresi che la tragedia degli italiani di Istria e Dalmazia era molto meno lontana di quanto pensassimo.