Il mercatino delle Pulci tra fascino e decadenza

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E a Palermo il fiume non scorre più, i coccodrilli sono andati perduti per sempre e si è interrotto perfino il collegamento misterioso tra il Papireto e il Nilo. I papiri sono ormai piante ornamentali da balcone per chi ha tempo per annaffiarli, perché in città piove, ma solo sabbia e decadenza. Ma esiste un fascino discreto e popolare che narra ancora una Palermo che fu. Baracche e cemento oggi tengono compagnia al letto del fiume noto ai maggiori viaggiatori del passato per la sua bellezza.

E non vi nuotano più pesci, né lo sguardo arabo si posa sulle acque della città. Botteghe ordinate nel loro disordine si susseguono fascinose vendendo cianfrusaglie dal sapore antico e narrando il tentativo di resistere in una terra in cui tutto è destinato a finire come una maledizione. Siamo al Mercatino delle Pulci.

Maioliche strappate da palazzi nobiliari, lampadari rococò, bambole novecentesche, tazzè da caffè, chiavi di carretto stinte, collane, tavoli, sedie, piatti, forchette e perfino una lavatrice da campo danzano assieme dividendosi spazi vitali di luoghi che urlano l’oblio.

Macchine da cucire del tipo Singer accanto a cornici dorate e tarlate, un grammofono canta la sua musica a ferri da stiro a carbone, giare di diverse capienze ricordano la conserva del grano ad un tavolo del cinquecento, così dicono gli antiquari, utilizzato dai frati riformati per macerare le erbe officinali. Mentre un giovane Leonardo Di Caprio tiene compagnia ad una Madonna con bambino.

E intanto le ormai storiche cabine telefoniche londinesi catturano lo sguardo dei passanti col loro rosso alternato a ruggine e viene da chiedersi come siano finite proprio a Palermo, in uno dei mercati che potrebbe essere il fiore all’occhiello della città, ma che si trascina stanco perdendo ogni giorno il suo fascino antico? Verrebbe da acquistarle quelle cabine senza telefoni e tenerli in giardino, oppure in salone come comode vetrine nelle quali esporre i servizi buoni, quelle vettovaglie inutili che di solito non si utilizzano mai, neppure nelle feste comandate.

Un gazebo liberty aspetta d’essere venduto, mentre i lumi ad olio finemente decorati illuminano stanchi piccole statue di Padre Pio che fanno l’occhiolino al bambinello pesca cuori, fulgido esempio di un’arte che si sta perdendo per sempre ovvero la pittura su vetro. E perché no, anche le edicole votive sottratte ai muri della città possiedono il loro perché soprattutto se adagiate accanto a leoni di marmo arrivati da chissà dove. E poi montagne di sanpietrini ricordano le vie del centro prima della cementificazione selvaggia in nome della tekne che avanza, ieri le macchine, oggi chissà. A cosa serviranno? Chi potrebbe acquistarli? Perché ad osservare tanto polveroso caos viene da chiedersi, chi saranno mai gli avventori del Mercatino delle Pulci?

E lo sguardo dei venditori di cianfrusaglie antiche racconta gli occhi del popolo di questa città. Un popolo che sa arrangiarsi, ma che si rifiuta di fare un salto di qualità perché probabilmente aspetta la manna dal cielo della politica. Ma la linfa dolciastra e succulenta non arriva dal cielo, ma dal frassino e per estrapolarla ci vuole un duro e meticoloso lavoro, lo stesso che ci vorrebbe per far risplendere questa città e i suoi anfratti più ammalianti.

E il Papireto, ogni tanto, durante le piogge ritorna con tutta la sua veemenza rischiando di trascinare con sé quelle baracche che sarebbero molto più belle se fossero botteghe. Tutto potrebbe diventare straordinario a Palermo se solo si imparasse ad incidere le cortecce per far uscire la linfa vitale di questa città.