Il ruolo dei Turchi nella liberazione di Silvia Romano e il nuovo Impero Ottomano

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silvia romano

La vicenda della liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita il 20 novembre 2018 in Kenya e liberata sabato scorso dopo un’operazione di intelligence nei pressi della capitale somala Mogadiscio, ha messo in luce una volta di più il ruolo della Turchia nel paese, da anni principale alleato di Ankara e del Qatar, intenzionati a mantenere un presidio della Fratellanza musulmana in una regione – quella del Corno d’Africa – ormai in larga parte sotto influenza delle monarchie del Golfo.

Sembrerebbe infatti ormai acclarato il ruolo di primo piano svolto dai servizi turchi nella liberazione della giovane cooperante: secondo quanto riportato oggi dall’agenzia di stampa ufficiale turca “Anadolu”, che cita fonti dei servizi di Ankara, Silvia Romano sarebbe stata liberata dall’Agenzia d’intelligence turca (Mit) e successivamente consegnata all’Italia. Secondo la ricostruzione della Turchia, le autorità italiane avrebbero presentato una richiesta al Mit per ottenere collaborazione nella liberazione della Romano, giovane cooperante italiana rapita il 20 novembre 2018 in Kenya e liberata venerdì scorso in Somalia (nella foro la giovane cooperante con un giubbotto antiproiettile turco dopo la liberazione).

L’intelligence turca avrebbe iniziato a esaminare la situazione nel dicembre 2019 e, grazie all’attivazione di una rete d’informatori locali, sarebbe riuscita a stabilire che la ragazza era viva. A seguito del lavoro coordinato svolto con le pertinenti unità di intelligence somale e italiane, la cooperante sarebbe stata in seguito consegnata dal Mit alle autorità italiane a Mogadiscio.

Sul sito online di “Anadolu”, a corredo della notizia, compare peraltro una foto in cui Silvia Romano è all’interno di un veicolo con indosso un giubbotto anti-proiettile con in evidenza i caratteri della Mezzaluna e della stella, presenti sulla bandiera nazionale della Turchia e in tutta la simbologia del mondo islamico.

A confermare l’intervento dei servizi turchi nella liberazione della volontaria è stata anche la viceministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Marina Sereni, la quale ha definito “determinante” la cooperazione con i servizi turchi presenti in quell’area per identificare il luogo e agire al momento giusto.

Negli ultimi anni la Turchia ha rafforzato la propria presenza nel Corno d’Africa, in particolare in Somalia, dove l’iniziale presenza di funzionari umanitari si è sviluppata in una rete solida che attraversa tutti i settori dal commercio, all’istruzione alla sicurezza.

L’interesse della Turchia per la Somalia è iniziato nel 2011, a seguito di una visita del presidente Recep Tayyip Erdogan in una Mogadiscio devastata dalla carestia, e negli ultimi anni quella che inizialmente era un’iniziativa umanitaria si è sviluppata nel tempo come una vera collaborazione economica e militare, con Ankara che ha aumentato gli aiuti tramite la sua Agenzia per la cooperazione l’Agenzia di cooperazione e coordinamento turca (Tika), avviando progetti di sviluppo e aprendo scuole.

Gli investimenti politici ed economici in espansione della Turchia nel Corno d’Africa e la sua continua presenza nella regione, sebbene inizialmente economici, hanno assunto negli ultimi due anni un’importanza strategica per contrastare l’ascesa degli avversari dei paesi del Golfo – Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – protagonisti dell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia.

Le aziende turche gestiscono le rotte aeree e marittime di Mogadiscio e addestrano militari del governo somalo: il 30 settembre 2017, ad esempio, è stata inaugurata a Mogadiscio una base militare che ospita più di 200 militari turchi incaricati di addestrare 1.500 militari dell’esercito nazionale somalo con l’obiettivo di formarne almeno 10 mila in vista del graduale ritiro dal paese delle truppe della missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom).

Gli sforzi di Ankara per sostenere il governo somalo sono stati premiati lo scorso gennaio con la proposta di Mogadiscio di effettuare esplorazioni petrolifere in acque somale, come annunciato dallo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan il 20 gennaio scorso di ritorno dal vertice di Berlino sulla Libia, altro paese in cui Ankara è fortemente impegnata, anche militarmente, a sostegno del Governo di accordo nazionale (Gna).

L’invito per avviare le esplorazioni petrolifere in Somalia è stato preceduto dal duplice memorandum d’intesa tra Ankara e il Gna libico per la demarcazione dei confini marittimi e la cooperazione militare, che ha aumentato le tensioni nel Mediterraneo per le risorse energetiche.

La pandemia di coronavirus, inoltre, ha ulteriormente rafforzato le relazioni tra la Somalia e la Turchia, con due spedizioni aeree carichi di aiuti e dispositivi sanitari inviati rispettivamente il 17 aprile e il 2 maggio. L’invio degli aiuti è stato sponsorizzato da un messaggio su Twitter dello stesso Erdogan, che ha inviato una lettera all’omologo somalo ribadendo lo stretto legame tra i due popoli e la volontà di un incontro quanto prima.

Dietro la strategia “neo ottomana” c’è il tentativo da parte di Ankara di farsi strada fra le macerie somale ripercorrendo i confini dell’antico Impero ottomano, utilizzando le vie della cooperazione, dello sfruttamento energetico, del retroterra culturale e militare. Ma dietro la strategia turca c’è anche l’obiettivo di contrastare la crescente influenza nella regione da parte delle monarchie del Golfo: se, infatti, dietro il governo federale di Mogadiscio c’è l’asse Turchia-Qatar (paesi leader della Fratellanza musulmana), dall’altro ci sono le altre potenze regionali – in primis l’Etiopia – che gravitano sempre più nell’orbita degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita e che hanno interesse a destabilizzare le autorità centrali della Somalia, stringendo solide alleanze con gli stati confederati.

E’ il caso dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, nel nord della Somalia, dove Riad e Abu Dhabi concordano nel ritenere poco auspicabile il consolidamento di uno stato somalo unito e forte proprio in virtù del peso politico acquisito a Mogadiscio dalla Turchia, mentre per Addis Abeba una Somalia frammentata ridurrebbe l’irredentismo somalo nella zona contesa dell’Ogaden e, allo stesso tempo, diminuirebbe il potere relativo di un paese storicamente rivale per la leadership nell’area.

Proprio la regione del Somaliland rappresenta, inoltre, un terreno di scontro per quanto riguarda le mire etiopi ed emiratine nel settore delle infrastrutture. In questo senso, la gestione quasi monopolistica da parte della compagnia emiratina Dp World (con sede a Dubai) dei principali terminal portuali nel Mar Rosso e nelle aree attigue si lega direttamente alle vicende somale e al supporto congiunto di Etiopia ed Emirati al Somaliland.

Nel marzo 2018 Dp World ha infatti formato un contratto con le autorità di Somaliland ed Etiopia per la gestione del porto strategico di Berbera, sulle coste del Golfo di Aden: in base all’accordo, Dp World ha mantenuto una partecipazione del 51 per cento nel progetto, mentre le autorità del Somaliland hanno acquisito una quota del 30 per cento e il restante 19 per cento è finita nelle mani del governo etiope.

L’accordo – che aveva provocato la dura reazione del governo federale di Mogadiscio che non riconosce l’indipendenza del Somaliland e, di conseguenza, ha negato la legittimità dell’accordo – ha evidenziato una volta di più la volontà emiratina di acquisire un ruolo primario nei progetti cinesi di estensione della Belt & Road Initiative all’Africa, passando per Dubai e facendo del Corno d’Africa la porta d’ingresso al continente. Un progetto che fa gola alla principale economia dell’area, ossia l’Etiopia, che da tempo ambisce ad uno o più sbocchi sul mare alternativi al Gibuti.

L’influenza acquisita ad Addis Abeba in questi mesi ha inoltre consentito ad Arabia Saudita ed Emirati di sfruttare il peso politico etiope nelle fasi più drammatiche della recente crisi sudanese, dove il primo ministro Ahmed Abiy ha operato come mediatore tra il Consiglio militare di transizione – sostenuto dalle stesse monarchie del Golfo – e la società civile.

Agli interessi strategici si sommano poi quelli prettamente economici. Gli ultimi anni hanno visto un crescente afflusso di denaro proveniente dal Golfo, sotto forma di investimenti diretti, aiuti economici e rimesse. Nell’ultimo anno gli Emirati hanno depositato un miliardo di dollari nella Banca centrale etiope, assumendosi inoltre l’impegno a stanziare altri due miliardi di dollari sotto forma di aiuti e investimenti diretti. Oltre a ciò, va sottolineato il ruolo primario svolto dall’Arabia Saudita nel vicino Sudan dove, a seguito della deposizione di Omar al Bashir, Riad ha stanziato oltre tre miliardi di dollari, consolidando la propria centralità nel sistema bancario sudanese.

Dai primi anni Novanta, inoltre, i paesi del Corno d’Africa forniscono ai paesi del Golfo centinaia di migliaia di lavoratori a basso costo, con le monarchie del Golfo che sfruttano la presenza dei lavoratori africani come leva di pressione e moneta di scambio nei rapporti con i paesi di origine. (Fonte agenzia Nova)