In Arabia Saudita nasce Qiddiya, il parco giochi più grande del mondo

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Quando pensate all’Arabia Saudita dimenticate dromedari e petrolio, minareti e sabbie, Lawrence e i pellegrini verso La Mecca. Nell’immediato futuro, tre anni al massimo, l’arcigno regno dei Saud diverrà la terra dell’allegria e dei giochi.

Uno scherzo? No. Mentre leggete queste righe a quaranta chilometri dalla capitale Riyad un’armata di tecnici e operai sta lavorando notte e giorno per costruire Qiddiya, la più grande “città dei divertimenti, dello sport e delle arti” dell’intero globo terracqueo.

Si tratta di un mega progetto esteso su 334 chilometri quadrati tre volte più grande della Disney World di Orlando suddiviso in cinque grandi aree in cui sorgeranno trecento strutture ricreative ed educative.

Secondo il crono programma ufficiale nel 2023 aprirà in collaborazione con la società texana Six Flags International Company, leader mondiale del settore il “Six Flags Qiddiya“, un parco ispirato alle tradizioni arabe e dedicato alle famiglie. Al suo interno 12 montagne russe (di cui una, “Il volo del falcone“, la più estrema sino a oggi costruita), distribuite in sei zone tematiche a loro volta corredate da 28 attività tra cui la “Sirocco Tower“, la più alta torre a caduta libera del mondo, una pista da sci (in pieno deserto), una di pattinaggio e un parco acquatico con cascate, canali e geyser.

Successivamente verranno inaugurati il “Resort Core“, il cuore commerciale di Qiddiya hotel, ristoranti, negozi e lo “Speed Park”, un settore interamente dedicato al mondo dell’automobilismo sportivo con piste, esposizioni, saloni per le grandi marche, scuole guida, un hotel cinque stelle lusso e soprattutto un avveniristico circuito, disegnato da Alex Wurtz secondo l’omologazione grade 1 prevista dalla FIA. L’obiettivo, infatti, è portare qui entro il 2023 il circus della Formula 1; lo confermano le trattative in corso tra sauditi e Chase Carey, il CEO della F1, buon amico della famiglia reale e da attento investitore sicuramente sensibile ai 50 milioni di dollari di sponsorizzazioni garantiti dalla Aramco, l’azienda petrolifera nazionale.

Ma torniamo al progetto. Entro la fine del decennio verranno completate altre due aree: la prima, “City Center“, sarà un villaggio polivalente dedicato agli sport e all’arte, dotato di uno stadio da 20mila posti, un’arena da 18mila, un altro centro acquatico più un ospedale sportivo e altre strutture minori. Sono inoltre previsti un teatro di 2000 posti, un gigantesco cinema multisala, una scuola privata e tante ville per i fortunati residenti.

A nord ovest si entrerà in “Eco Core”, l’area dedicata alla natura e al relax impreziosita da un campo da golf a 18 buche, hotel di lusso, Spa, un ippodromo e percorsi per gli appassionati dell’arte equestre. Una curiosità. Per consentire l’apertura degli impianti anche nei torridi mesi estivi circa cento giorni d’inferno, oltre a spostare nella notte gli orari, è prevista una fittissima rete di nebulizzatori d’acqua ipertecnologici.

Un piano faraonico su cui stanno lavorando più di venti società d’architettura, 500 professionisti di 30 paesi e migliaia di lavoratori tutti coordinati dal gruppo danese Bjarke Ingels Group, ma anche e soprattutto un investimento colossale sulla cui entità le fonti ufficiali sorvolano e glissano.

Le autorità preferiscono sottolineare le opportunità di lavoro offerte dal progetto Qiddiya (17mila posti a regime pieno) e i possibili ritorni economici. Primo obiettivo è intercettare e convincere il pubblico locale per recuperare parte del fiume di denaro ben 30 miliardi di dollari ogni anno che i sauditi spendono per le loro vacanze all’estero. Mike Reininger, capo della Qiddiya Investiment Company, ne è convinto: “L’idea è semplice ma potente: creare un luogo per il divertimento, lo sport e le arti e offrire un modo di vivere sano, felice e coinvolgente. Un’idea rivolta alla popolazione giovane, intelligente e progressista del regno e che s’inserisce pienamente nella Vision 2030 del Paese”.

Il manager ha ragione. La Disneyland araba è parte integrante del programma impostato dal giovane principe Mohammed Bin Salman (MBS per i suoi fans) per modernizzare il regno, un’entità ricchissima quanto contraddittoria e sonnacchiosa, e proiettare società ed economia oltre la petrol-dipendenza. Una rivoluzione morbida che ha proprio nel turismo altra novità assoluta uno dei suoi assetti principali.

Sulla spinta di Qiddiya verranno aperte e valorizzate anche altre destinazioni come Neon, la new city sul golfo di Tiran, i cinque siti archeologici patrimonio Unesco, il centro storico di Gedda, l’oasi di Al-Asha, con due milioni di palme la più vasta del mondo. Convinto della validità dell’offerta, il dinamico erede al trono ha fissato in 100 milioni entro il 2030 la quota annua di turisti in entrata e ha dato avvio un piano decennale che prevede 500mila nuove stanze d’albergo, linee ferroviarie ad Alta Velocità e l’ampliamento di tutti gli aeroporti del Paese. Un traguardo molto ambizioso con importanti ricadute occupazionali (un milione di nuovi posti di lavoro) ed economiche (secondo le proiezioni il comparto potrà contribuire fino al 10 per cento al Pil saudita).

Per incentivare gli arrivi, il severissimo regime dei visti turistici gli ingressi erano riservati solo ai pellegrini islamici diretti alla Mecca è stato liberalizzato e le rigide norme di comportamento imposte agli stranieri modificate. Le donne non avranno più l’obbligo d’indossare l’abaya, la lunga veste tradizionale, nei ristoranti e caffè si potrà ascoltare musica (proibita sino a tre anni fa) e non saranno più obbligatorie le zone distinte (con ingressi diversi e separé interni) per soli uomini da una parte e famiglie dall’altra. Un duro colpo per i conservatori, abituati alla vigilanza occhiuta della Mutawa, la polizia religiosa che tutto vedeva e tutto reprimeva.