L’antimafia finisce sotto inchiesta, indagine della Procura di Caltanissetta sulla gestione dei beni confiscati

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L’antimafia finisce sotto inchiesta. Accade anche questo in Sicilia, dove la gestione dei beni confiscati negli ultimi anni è stata spesso al centro di roventi polemiche e accuse mosse anche da importanti settori istituzionali. Nel clamoroso caso giudiziario è coinvolto perfino il presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto (nella foto). Il magistrato è finito sotto inchiesta con l’ipotesi di reato di corruzione, induzione e abuso d’ufficio. Sotto la lente d’ingrandimento dei giudici anche l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio a cui è affidata la gestione di diverse aziende confiscate, e il marito del giudice, l’ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con il legale. Ma quando la moglie non era ancora presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.

L’inchiesta scaturisce da una serie di denunce pubbliche e inchieste giornalistiche. Era stato addirittura nel 2014 il prefetto Giuseppe Caruso, allora direttore dell’Agenzia per i Beni Confiscati a parlare di “parcelle d’oro” a pochi noti professionisti palermitani. L’ente che gestisce le proprietà sottratte ai boss, è bene ricordarlo, gestisce un patrimonio di circa 30 miliardi di euro con beni distribuiti in tutta Italia: solo il 43 per cento di questo immenso patrimonio si trova in Sicilia in gran parte concentrato in provincia di Palermo.

Silvana Saguto, che per la verità ha ricevuto la solidarietà dei colleghi della sua sezione, ha annunciato che chiederà subito di essere interrogata. Recentemente alcune inchieste giornalistiche su emittenti locali e nazionali avevano denunciato una “anomala” distribuzione di incarichi che premiava soltanto alcuni professionisti. La polemica era scaturita  quando il prefetto Caruso aveva sollevato anche davanti alla Commissione Antimafia dubbi pesanti sull’affidamento degli incarichi di gestione. Aveva citato soprattutto il caso della “Immobiliare Strasburgo” confiscata al costruttore Vincenzo Piazza che da diversi anni era gestita dall’avvocato Gaetano Cappellano Seminara. Secondo l’ex direttore dell’Agenzia, il legale aveva percepito una “parcella d’oro” di 7 milioni di euro come amministratore giudiziario. Altri 150 mila euro li aveva incassati come presidente del consiglio di amministrazione.

“Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?” aveva sottolineato Caruso. Per questo, aveva spiegato ai parlamentari della commissione, aveva deciso una rotazione di amministratori. Cappellano Seminara aveva replicato ricordando che si occupava di confische da 28 anni con uno studio di 35 professionisti. E quanto ai compensi aveva detto: “Una cosa è gestire l’amministrazione dinamica di un’impresa, altra cosa è liquidarla secondo le nuove direttive dell’Agenzia”.

Anche Silvana Saguto era stata ascoltata dalla Commissione davanti alla quale aveva assicurato che la gestione dei beni confiscati a Palermo era improntata alla massima correttezza. E la presidente Rosy Bindi alla fine aveva detto che non c’erano elementi tali da “inficiare condotte delle singole persone”. Pare che, sulla scia delle polemiche avviate da Caruso, altre denunce siano arrivate alla Procura di Palermo e da questa dirottate a quella di Caltanissetta, competente nei casi in cui siano coinvolti magistrati del distretto di Palermo. Ieri sera l’annuncio dell’inchiesta per corruzione, con una nota ufficiale diffusa dalla Procura di Caltanissetta “allo scopo di evitare il diffondersi di notizie inesatte”. E sempre in serata, è intervenuto il presidente del Tribunale di Palermo, Stefano Vitale, che ha precisato di avere avviato un’indagine interna sulla vicenda, fin dal giorno del suo insediamento, il 15 maggio scorso.