La storia di Daniele Ventura, denuncia il pizzo ma è “dimenticato” dalle istituzioni

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Minacciato, ricattato, boicottato e infine costretto a chiudere la sua attività, si chiama Daniele Ventura e aveva il sogno di costruire il suo futuro a Palermo. Ma l’arroganza della criminalità mafiosa e l’indifferenza delle istituzioni hanno infranto le sue speranze e le sue certezze. Oggi Daniele ha voluto affidare ad un libro-denuncia la sua storia. “Cosa Nostra non è cosa mia”, edizioni la Zisa, ripercorre tutte le tappe della vicenda.

Classe 1984, cresciuto nel quartiere Brancaccio, Daniele sa cosa è la mafia e proprio per questo la detesta. Con una gran voglia di lavorare e nella testa il chiodo fisso di diventare un piccolo imprenditore, Ventura sembra coronare il suo sogno inaugurando nel 2011 a Palermo il bar “New Paradise”. Il locale si trova in una zona centralissima della città ma “calda”, via Principe di Scordia, in pieno Borgo Vecchio,  da sempre enclave delle famiglie mafiose più influenti della città.

Allora Daniele, ci spieghi cosa le è accaduto?

“E’ successo che pochi giorni dopo l’apertura sono venuti a chiedermi il pizzo. All’inizio ho pensato che forse era meglio accontentarli per levarseli di torno, ho dato loro una somma ma sono andato alla Direzione investigativa antimafia a denunciare l’accaduto. Le forze dell’ordine mi hanno incoraggiato a resistere, ma la pressione e le richieste si facevano via via più pesanti. Il locale nel frattempo, nonostante tutto, funzionava, stava crescendo e i numeri facevano ben sperare. Poi la catastrofe”.

Cioè?

“E’ scattata l’operazione antimafia “Hybris” che ha azzerato il mandamento di Porta Nuova (il clan che controlla, tra le altre, la zona di Borgo Vecchio, ndr). Tra gli arrestati tre erano stati indicati da me durante la mia denuncia alla Dia. Per me allora è iniziato il calvario. Il bar è stato sistematicamente boicottato dai clienti, un passa parola costante ha fatto terra bruciata intorno a me. Ho resistito un anno incassando in media solo quindici euro al giorno, un disastro. E ancora debiti che aumentavano, lucchetti danneggiati, insulti, minacce. Insomma alla fine ho chiuso l’attività e sono rimasto solo con i miei debiti”.

Ma lei si è rivolto alle istituzioni?

“Sì certo, ma mi sono scontrato con un muro di gomma. Ho scritto, tra gli altri, a Mattarella, Renzi, e Orlando. Lettere garbate, segreterie cortesi, ma niente di più. Io avevo bisogno di assistenza legale, psicologica, di qualcuno che mi aiutasse a trovare le risorse per affrontare i problemi burocratici ed economici nati da questa bruttissima esperienza. E invece…”

Nessuno le ha dato una mano…

“Mi ha aiutato Addiopizzo che mi ha fornito supporto psicologico e assistenza legale, una serie di persone che hanno vissuto esperienze simili alle mia e mi ha aiutato Stefania Petyx con Striscia la Notizia che hanno fatto conoscere al grande pubblico la mia storia. Restano aperti una serie di problemi, primo fra tutti il fatto che ho bruciato tutte le mie risorse in questa sfortunata attività e che adesso mi sono rimasti soltanto i debiti che senza un lavoro non riesco a pagare”.

Perché Daniele Ventura sente il bisogno di scrivere un libro?

“Lo definirei uno sfogo, la voglia di tirare fuori tutto quello che avevo dentro da parecchi anni. Ma anche il modi di lanciare un messaggio a tutti, istituzioni e cittadini. Io voglio rimanere nella mia città e riuscire a lavorare e fare impresa aiutando tutti coloro i quali si sono trovati nelle mie stesse condizioni. Ma se sarò costretto ad andare via per cercare un futuro, la sconfitta non sarà soltanto mia, ma di tutte le istituzioni. Vorrà dire che chi si oppone alla mafia alla fine è destinato a restare solo”.