Lampedusa: protestano i tunisini dell’hotspot davanti alla chiesa, un gruppo si cuce la bocca con ago e filo

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Hanno passato la notte all’addiaccio, davanti al sagrato della chiesa di Lampedusa, e stamane dieci dei 42 tunisini che da ieri pomeriggio protestano, hanno preso ago e filo e si sono cuciti la bocca.

Un gesto messo in atto qualche volta anche in passato da altri nordafricani e per le stesse ragioni: convincere le autorità a portarli via da questo scoglio in mezzo al Mediterraneo, e una volta giunti sull’isola grande, a non riportarli in patria.

Gli “irriducibili”, che qualche volontario soccorre portando cibo caldo e coperte che non bastano per tutti, non intendono ritornare nell’hotspot di contrada Imbriacola, dove ci sono un po’ più di cento persone, senza contare i 42 che protestano e i 40 andati via in mattinata (tra loro alcuni migranti provenienti da paesi a sud del Sahara) a bordo del traghetto di linea diretto a Porto Empedocle; prima di lunedì prossimo non sono previsti altri trasferimenti e da oggi a quella data ci sono ancora tre notti, non proprio miti, da passare fuori; a meno che il dialogo con gli uomini delle forze dell’ordine, che da ieri presidiano senza sosta l’area davanti alla chiesa, non porti a qualche risultato.

Martedì scorso il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, durante la visita nel centro di Lampedusa, aveva elencato le carenze igienico sanitarie della struttura e sottolineato la necessità di transiti rapidi: “E’ un hotspot, bisogna quindi fissare i tempi di permanenza e i migranti, una volta identificati, devono avere la possibilità di uscire”.

Sempre in mattinata l’ambulanza del poliambulatorio ha dovuto soccorrere due tunisini, già stremati dalla protesta: uno è svenuto e l’altro accusava sintomi di ipotermia. I ragazzi che si sono cuciti la bocca per fortuna non hanno avuto bisogno di cure sanitarie, hanno solo chiesto qualche sigaretta ai passanti e ai volontari, ai quali raccontano le loro paure: la più grande è quella di dover tornare nel loro paese dopo aver affrontato il mare e rischiato la vita. E conoscono l’itinerario del ritorno dai racconti di loro connazionali ai quali è toccato in sorte di essere respinti.

Forse per questa ragione il viaggio in nave li rassicura, l’idea di raggiungere un porto toglie loro ansia perché comunque è ancora un luogo di passaggio; l’aereo, invece, parte da Lampedusa con un itinerario prestabilito: scalo tecnico a Palermo o a Catania e poi Tunisi, l’ipotesi peggiore, quella che non vogliono neanche prendere in considerazione. (ANSA)