Le confidenze di Totò Riina: “A me Vito Ciancimino non è mai piaciuto”

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Vito Ciancimino non è mai piaciuto

A Totò Riina Vito Ciancimino non è mai piaciuto. La confidenza il boss mafioso se la è lasciata sfuggire durante una pausa del processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia lo scorso 30 marzo. “Vito Ciancimino era di Corleone, suo padre stava al paese e lui invece è andato a Palermo e non è più tornato al paese. A Palermo è diventato sindaco, ha fatto gli affari con le case. Dietro di lui c’era Licio Gelli” – si confidava il capo dei capi nel carcere di Parma mentre un assistente capo della polizia penitenziaria di nascosto annotava tutto.

La relazione di servizio è stata ora depositata. Anche in quell’occasione – come da tempo succede – il boss si collega con l’aula bunker di Palermo accomodato su una lettiga, a causa delle precarie condizioni di salute. Oggi il pm Nino Di Matteo – annunciando il deposito di attività integrativa di indagine tra cui la relazione di servizio del funzionario della polizia penitenziaria – ha definito il boss “lucido e orientato”.

Secondo l’assistente capo – che i pm hanno sentito a sommarie informazioni il 19 maggio scorso chiedendo oggi di sentirlo in dibattimento – Totò Riina ha proseguito: “Ciancimino non mi è mai piaciuto, lui andava d’accordo con Provenzano, andavano assieme al Babaluna (Baby Luna, il bar sulla via Regione Siciliana) una volta l’ho visto su un giornale di sbirri…”

“Provenzano quando sono andato via io da Milano è arrivato lui poi è morto a Milano”. Riina inizia le esternazioni affermando: “Il presidente sa già tutto, sarò condannato perché sono Salvatore Riina!…della morte di Di Maggio (Francesco, ex capo del Dap, ndr) possono chiedere al suo amico Salvatore, lui sa bene”.

Nell’udienza del 30 marzo aveva deposto l’ex generale dei carabinieri e funzionario del Sismi, Eugenio Morini, che, tra le altre cose riferì alla Corte d’assise alcune informazioni apprese proprio dal suo “amico”, Francesco Di Maggio. Secondo l’assistente capo, in ogni caso, Riina appariva “assolutamente lucido”, mentre il suo atteggiamento mutava a seconda degli argomenti: “sereno, ad esempio, quando si parlava di Provenzano e quasi irritato quando invece parlava di Ciancimino”.