L’Italia si avvicina a Khalifa Haftar, ma rischia di perdere gli alleati

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L’Italia si avvicina al generale Khalifa Haftar, ma “arriva tardi” rispetto ad altri Paesi come la Francia e rischia di perdere preziosi alleati. Il rischio è che, avvicinandosi all’uomo forte di Tobruk, perda la sua influenza nei confronti di attori che sono centrali in Tripolitania, come i misuratini, le milizie che ruotano intorno al governo di unità nazionale e il capo del consiglio presidenziale, Fayez al-Serraj.

E’ quanto afferma Arturo Varvelli, responsabile per il Medio Oriente e il Nord Africa dell’Ispi, l’Istituto di studi di politica internazionale, commentando in un’intervista ad Aki-Adnkronos International l’incontro a Roma tra Haftar e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Secondo l’esperto, per l’Italia è “strategico il controllo dei flussi migratori ed energetici” lungo l’asse Tripolitania-Fezzan (nord-sud) e Haftar non interessava fin quando rimaneva leader della sola Cirenaica, ma nell’ultimo anno la situazione è cambiata e l’egemonia del generale si estende “sempre di più sul sud del Paese, dove passano i flussi migratori e vi sono interessi energetici dell’Eni”.

Il riposizionamento del governo italiano nella crisi libica, spiega Varvelli, “non è del tutto nuovo” e parte dal settembre 2017, ovvero dalla prima visita di Haftar in Italia. “Da allora progressivamente ci sono stati spostamenti dell’Italia verso Haftar” e “il governo Conte ha fatto passaggi ulteriori” come dimostrano la “frequenza dei rapporti” e il ruolo che il generale si è ritagliato nella conferenza di Palermo.

“L’Italia – sottolinea Varvelli – si è un po’ rassegnata all’idea generale che Haftar sia diventato sempre più centrale nelle dinamiche libiche e che sia destinato a rimanerlo in futuro, anche in vista delle elezioni”. Secondo l’analista dell’Ispi, infatti, la comunità internazionale si aspetta che Haftar acquisisca attraverso le elezioni “una sorta di nuova legittimità” diventando a quel punto “un attore non confinato solo al campo militare”.

Il “problema” dell’Italia, evidenzia l’analista, è che “arriva a fare questi passaggi con Haftar” dopo Egitto, Emirati, Russia e Francia e “arrivando tardi non ha creato un particolare ‘leverage’ con il generale”.

Per Varvelli, avvicinandosi all’uomo forte di Tobruk, l’Italia rischia di perdere la sua influenza nei confronti di “attori che sono centrali in Tripolitania, come i misuratini, le milizie che ruotano intorno al governo di unità nazionale e Serraj stesso. La coperta è un po’ corta da questo punto di vista. Se ci si sposta verso Haftar lasciamo scoperte altre forze politiche”.

Riguardo l’incontro a Roma tra Haftar e l’ambasciatore statunitense in Tunisia, che di fatto si occupa del dossier libico, Varvelli afferma che si tratta di un “tentativo” degli Stati Uniti di riguadagnare le posizioni perse da quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca e che ha visto un “forte disimpegno politico nella crisi libica”. Secondo l’esperto, “è ancora difficile” dire se questo ‘ritorno’ degli Stati Uniti nella crisi libica resterà solo a livello di diplomazia oppure se c’è un “indirizzo politico forte” della Casa Bianca, ma “la mancata presenza di Trump al vertice di Palermo fa supporre il contrario”. (Fonte Adnkronos)