Luciano Violante: “Dietro la trattativa Stato-mafia nessun mandante politico”

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Per l’ex presidente della commissione Antimafia Luciano Violante, dietro la trattativa tra Stato e mafia non c’era nessun mandante politico. “A me è sembrato che la trattativa ci sia stata, ma che fosse più una negoziazione di polizia. In una fase in cui non c’erano pentiti ne’ gli strumenti tecnologici attuali, accadeva spesso che le forze di polizia avessero relazioni con soggetti mafiosi per raccogliere informazioni. Ma non ho mai avuto sentore di una trattativa a livello politico. Mancino, Martelli, Scotti e Scalfaro erano decisi contro la mafia non solo a parole, ma anche con i fatti” – ha dichiarato Violante sentito come teste al processo d’appello all’ex ministro Dc Calogero Mannino.

L’esponente democristiano in abbreviato è stato assolto dall’accusa di violenza e minacce a corpo politico dello stato, lo stesso capo di imputazione con cui la Corte di assise di Palermo, venerdì scorso ha condannato carabinieri del Ros, boss e Marcello Dell’Utri.

“In ogni caso i boss sono stati arrestati – ha detto Violante, presidente dell’Antimafia nel ’92 – e i loro beni confiscati. Se ci fosse stata una trattativa, cosa nostra è in perdita”.

Violante ha risposto alle domande della Corte presieduta da Adriana Piras anche sui contatti tra Mori e Vito Ciancimino e sulla richiesta di quest’ultimo di incontrare Violante: “Quando Mori venne a riferirmi della richiesta di Ciancimino io ascoltai e basta. Avevo capito infatti che il discorso che riferiva Mori relativamente a Ciancimino era impostato sul concetto: io ti dico qualcosa e tu mi dai qualcosa in cambio…”.

Poi ai pg Barbiera e Fici, sempre a proposito delle vicende legate a Vito Ciancimino, ha risposto: “Noi volevamo ascoltare Vito Ciancimino in Commissione antimafia. Ne parlai con l’allora procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, che prima volevano ascoltarlo loro (della procura di Palermo, ndr)”.

A proposito delle revoche del carcere duro decise dall’allora ministro alla Giustizia Conso nel 1993, Violante ha proseguito: “Chiesi al ministro Conso e mi rispose, nel novembre 1993, con una relazione che conteneva una sorta di doppio elenco in cui vi erano i soggetti a cui veniva prorogato o meno il regime del 41 bis. Le revoche, disposte dal guardasigilli Conso, erano scaturite da sentenza della Corte costituzionale: si passò da una applicazione generalizzata del carcere duro, così come avveniva in precedenza, a una personalizzata”.

E, riguardo agli avvicendamenti ai vertici del Dap – sempre in quel periodo – ha inoltre aggiunto: “Sapevo che alla guida c’era Nicolò Amato che io conoscevo e apprezzavo avendo collaborato con lui quando mi occupavo di terrorismo. Poi al suo posto venne chiamato Capriotti e, come suo vice, Di Maggio che era una persona irruente a differenza Capriotti”.