Mafia: 26 anni fa l’omicidio di Rosario Livatino, giudice ragazzino “beato”

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Mafia: 26 anni fa l’omicidio di Rosario Livatino, giudice ragazzino “beato”. Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Il giudice Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicattì dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento, quando venne avvicinato, braccato e ucciso senza pietà da un commando mafioso.

Oggi il magistrato, per il quale è in corso il processo di beatificazione, avviato cinque anni fa, viene ricordato con una serie di iniziative. Tra queste, alle 10.30, messa nella sua Canicattì e la scopertura della lapide; a mezzogiorno omaggio alla stele fatta collocare dai genitori sul vecchio tracciato della statale 640. Nelle stesse ore a Niscemi, inaugurazione di un murales presso il centro d’accoglienza per diversamente abili dedicato al Servo di Dio. In base alla sentenza che ha condannato all’ergastolo sicari e mandanti, è stato ammazzato perché “perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia”.

Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che una volta definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”, quando da Agrigento il 9 maggio del 1993, lanciò il suo anatema contro i mafiosi. Quel mattino di ventisei anni fa, il giudice stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla città dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancò costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari spararano numerosi colpi di pistola.

Rosario Livatino tentò una disperata fuga, ma fu bloccato. Sceso dall’utilitaria, cercò scampo nella scarpata sottostante, ma fu ammazzato con una scarica di colpi. Sul posto i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino.

Rimane ancora oscuro il “vero” contesto in cui è maturata la decisione di eliminare un giudice ininfluenzabile e corretto. Prima di lui, il 25 settembre 1988, stessa sorte toccò al presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta e al figlio Stefano trucidati in un agguato mafioso sempre sulla statale Agrigento-Caltanissetta, sul viadotto Giulfo mentre improvvisamente, senza scorta e con la loro auto, facevano rientro a Palermo.

Nella sua attività Livatino si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la ‘Tangentopoli siciliana’ e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni. La storia di Livatino è stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro “Il giudice ragazzino”, titolo che riprende la definizione di Francesco Cossiga.

“Livatino e la sua storia – scrive Dalla Chiesa – sono uno specchio pubblico per un’intera società e la sua morte, più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione”. (AGI)