Mafia: carcere ingiusto per Bruno Contrada, risarcimento da 667mila euro

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Risarcimento per ingiusta detenzione a Bruno Contrada, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Palermo, con una ordinanza del 6 aprile, che ha accolto la richiesta presentata dall’ex numero due del Sisde. A Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano, sono stati liquidati 667mila euro a titolo di riparazione per il carcere ingiusto nel corso del procedimento penale. La condanna dell’ex poliziotto venne giudicata illegittima dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Cassazione.

“La cosa più importante di questa liquidazione accordata dalla Corte d’appello a Bruno Contrada è che passa il principio di civiltà per cui la detenzione di Contrada, sia a livello di custodia cautelare che di esecuzione della pena è stata ingiusta, quindi non andava né processato e né condannato”, dice l’avvocato Stefano Giordano. “E’ stato ulteriormente recepito – aggiunge Giordano – il principio affermato dalla Corte europea “Contrada contro Italia”, superando le obiezioni della Procura generale e dell’Avvocatura dello Stato. Per quanto riguarda la liquidazione – aggiunge il legale – noi avevamo presentato una documentazione molto ampia sullo stato di invalidità, superiore all’80 per cento, quindi valuteremo le iniziative da prendere”. E po Giordano conclude: “In ogni caso ribadisco che sono contento per l’affermazione di un principio di civiltà, che la Corte appello ha dato in modo esemplare e perfettamente in linea con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dandone la giusta esecuzione. “Ci riserviamo ora – conclude Giordano – di esaminare attentamente il provvedimento, per valutare eventuali spazi per l’impugnazione avanti la Corte di Cassazione”.

“I danni che io, la mia famiglia, la mia storia personale, abbiamo subito sono irreparabili e non c’è risarcimento che valga. Io campo con 10 euro al giorno. Stare chiuso per il coronavirus non mi pesa: sono stato recluso 8 anni”, commenta l’ex dirigente generale della Polizia Bruno Contrada, dopo aver appreso della decisione della Corte di appello.

“Il denaro – dice Bruno Contrada – non può risarcire i danni che ho subito in 28 anni. Quando nel 2017 la Cassazione ha recepito la sentenza della corte europea per i diritti dell’uomo, confortata dalla decisione della grande Camera di Strasburgo dove 17 giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’Italia ho provato un momento di gratificazione. L’Europa riconosceva la mia sventura umana e giudiziaria. Ma io provavo sofferenza solo a leggere i documenti di quella causa che cominciavano ‘Bruno Contrada contro l’Italia”. “Ho vissuto – continua – fin da piccolo col valore altissimo della Patria, l’Italia, e dello Stato. Solo per questo avrei diritto a un risarcimento solo perché hanno distrutto le certezze e i valori in cui ho creduto una vita”.

“Per me – prosegue – indossare la divisa da ufficiale dei bersaglieri a 22 anni, e poi quella della Polizia fino a diventare dirigente generale, era tutto. Anche in carcere applicavo quei valori comportandomi bene e rendendomi utile con i consigli e l’esempio per i compagni di detenzione”.

Bruno Contrada era rimasto 31 mesi in carcere e poi era andato agli arresti domiciliari per 3 anni e mezzo durante il processo. La sua prima condanna risale al giorno di venerdì santo del 1996, il 5 aprile, 24 anni fa. Due anni gli sono stati condonati per buona condotta. La sentenza divenne definitiva nel maggio del 2007. In detenzione domiciliare il condannato aveva espiato la pena quasi per intero: era accusato di essere stato vicino agli ambienti mafiosi dalla metà degli anni ’70 fino al 1992, quando il reato di concorso esterno non era stato chiarito dalla giurisprudenza, cosa che avvenne nel 1994 con la cosiddetta sentenza Demitry. Fino a quel momento non era cioé “prevedibile” cosa sarebbe stato punito dallo Stato sotto il paradigma del concorso in associazione mafiosa: da qui la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, recepita dalla Cassazione e che oggi ha portato alla decisione della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Fabio Marino, in favore di un ex imputato che fu arrestato il 24 dicembre 1992, all’età di 61 anni, e che il 2 settembre ne compirà 89, lucidissimo e con un perfetta memoria. Di fronte al prevedibile ricorso in Cassazione della procura generale, diretta da Roberto Scarpinato, si può dire che ancora la vicenda non è chiusa.