Mafia: in carcere Giuseppe Costa, uno dei carcerieri del piccolo Di Matteo

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Ha scontato 20 anni di carcere per uno dei crimini più odiosi commesso da Cosa nostra: il sequestro e la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che la mafia rapì, per costringere il padre Mario Santo a interrompere la collaborazione con la giustizia, e poi strangolo’ e sciolse nell’acido. Scarcerato nel 2017, non ha perso tempo, sostiene l’accusa, ed e’ tornato nelle fila dei clan.

Oggi per Giuseppe Costa, uno dei carcerieri del bambino, si sono riaperte le porte della cella. I carabinieri di Trapani e la Dia lo hanno arrestato per associazione mafiosa, voto di scambio, estorsione. Secondo gli inquirenti, avrebbe raccolto l’appello dei boss a reclutare voti per candidati ritenuti amici per le elezioni regionali dell’autunno del 2017.

Le famiglie mafiose di Trapani e Marsala si erano interessate a trovare preferenze in particolare in favore della candidata, poi non eletta, Ivana Inferrera. La donna, già processata, è stata però assolta.

Giuseppe Costa, inoltre, avrebbe rappresentato gli interessi di Cosa Nostra nella Calcestruzzi Barone s.r.l. di San Vito Lo Capo, controllata dalle famiglie mafiose Virga e Mazara, ditta a cui era stato richiesto di fornire una parte dei proventi ai clan. L’arrestato, inoltre, si sarebbe occupato di recuperare crediti per conto dell’esponente mafioso trapanese Antonino Buzzitta.

Nel rapimento del piccolo Di Matteo, sequestrato da un commando di mafiosi travestiti da poliziotti, Giuseppe Costa aveva il ruolo di carceriere. Il bambino trascorse una parte della prigionia in una casa a disposizione del mafioso a Custonaci, dove aveva realizzato una “cella” in muratura. Per il sequestro del piccolo Di Matteo sono stati celebrati cinque processi al vertice della Cupola mafiosa e a decine di uomini d’onore.

A fare piena luce sul delitto è stato il pentito Gaspare Spatuzza. Il 23 novembre 1993, un commando di uomini d’onore travestiti da poliziotti, su ordine del boss Giuseppe Graviano, andò a prelevare il bambino che si allenava in un maneggio ad Altofonte. Giuseppe, che credeva che i falsi agenti lo stessero portando dal padre, da mesi nascosto in una località protetta, fu preso dal terrore quando, legato e lasciato solo in un furgoncino, capì che il padre non l’avrebbe mai rivisto.

“All’inizio urlava: “papà mio, amore mio”, ha raccontato Spatuzza durante il processo. ”Poi l’abbiamo legato come un animale e l’abbiamo lasciato nel cassone – ha spiegato -. Lui piangeva, siamo tornati indietro perché ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo”. Il bambino era terrorizzato. Gestire la prigionia del piccolo Giuseppe, spostato in lungo e in largo tra Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta, non era facile: per questo a un certo punto, capito che il padre non avrebbe mai ritrattato, i boss decisero di assassinarlo. Indebolito dalla lunghissima prigionia Giuseppe morì subito: gli strinsero una corda attorno al collo, poi ne sciolsero il corpo nell’acido. (Ansa)