Mafia: in manette due “fedelissimi” del superlatitante Matteo Messina Denaro

0
223

Nuovo colpo alla rete dei fiancheggiatori del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro. All’alba la Squadra mobile di Trapani ha arrestato due persone ritenute vicine al capomafia ricercato da quasi 30 anni. Una decina le perquisizioni eseguite dagli agenti della Squadra mobile, tra cui l’abitazione della famiglia Messina Denaro, a Castelvetrano, dove abita l’anziana madre del boss.

In manette sono finiti Giuseppe Calcagno di 46 anni, di Campobello di Mazara (Trapani), e Marco Manzo, 55 anni, pregiudicato, di Campobello di Mazara, indagati per associazione di tipo mafioso ed estorsione.

L’operazione è stata condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani diretta dal vicequestore aggiunto Fabrizio Mustaro con l’ausilio degli uomini della Questura, dei commissariati della provincia e dei reparti prevenzione crimine di Palermo e di Reggio Calabria, con unità cinofile e il reparto volo di Palermo. Sono stati impiegati 90 poliziotti.

Tra gli indagati, anche il boss latitante Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, è indagato nell’ambito dello stesso procedimento penale per tentata estorsione. Perquisita anche la casa della madre in centro a Castelvetrano, dove risulta la residenza anagrafica del latitante.

Il blitz è scattato dietro l’ultimo pizzino del capomafia latitante. Gli arrestati sono due fedelissimi di Matteo Messina Denaro: il “postino” del boss, Giuseppe Calcagno, che smistava i pizzini e, quindi, ordini da far valere, senza discutere, sul territorio; e Marco Manzo, una sorta di “ambasciatore”, cui competeva tenere i collegamenti con gli altri mandamenti. La Squadra mobile di Trapani, su delega della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ha eseguito numerose perquisizioni e arresti nei confronti dei favoreggiatori del capomafia ricercato dal 1993. Quindici gli indagati a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi e favoreggiamento della latitanza del boss.

Tra gli indagati lo stesso Matteo Matteo Messina Denaro per tentata estorsione, secondo quando emerge cinque anni fa avrebbe manifestato la volontà di acquistare un terreno nella sua Castelvetrano, terreno che a quanto pare sarebbe in passato appartenuto al padrino corleonese deceduto, Totò Riina. Perquisita la sua residenza anagrafica, nel centro di Castelvetrano, abitata dalla madre. Una nuova operazione a tenaglia, dunque, dietro anche il presunto pizzino di Messina Denaro, di cui si parla in un dialogo intercettato.

I fedelissimi di Messina Denaro avrebbero fatto pressione sui successivi proprietari perché vendessero l’area su cui aveva messo gli occhi. Un’operazione che il latitante avrebbe voluto concludere nel 2015 e l’ordine era contenuto in un ‘pizzino’.

L’indagine ha svelato che i 15 indagati, membri o contigui dei mandamenti mafiosi di Mazara del Vallo e di Castelvetrano, si sono attivati per garantirne gli interessi economici mafiosi, il controllo del territorio e delle attività produttive e per aver favorito, in passato, la comunicazione riservata con il superlatitante.

E’ stata fatta luce sugli interessi e sui rapporti fra gli affiliati del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, retto da Vito Gondola, morto il 13 luglio 2017, e sui rapporti che il capomafia mazarese intratteneva con altri appartenenti alla famiglia mafiosa di Marsala, di Campobello di Mazara e di Castelvetrano.

Nel corso di incontri riservati e attraverso lo scambio di pizzini sono state decise estorsioni nella compravendita di fondi agricoli e nell’esecuzione di lavori pubblici. L’indagine ha dimostrato anche l’intestazione fittizia di beni riconducibili a mafiosi e l’intervento dell’organizzazione per risolvere controversie economiche fra soggetti vicini alle famiglie. Le decisioni in merito ad alcune estorsioni venivano assunte su indicazione diretta di Matteo Messina Denaro.

Il ruolo svolto da Giuseppe Calcagno ha consentito al reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, Vito Gondola, l’esercizio delle sue funzioni di vertice, eseguendone puntualmente gli ordini. Calcagno ha costituito un punto di riferimento nel segreto circuito di comunicazioni finalizzate alla veicolazione dei pizzini del latitante. E’ intervenuto nella risoluzione dei conflitti interni alla cosca mafiosa, ha partecipato a incontri e riunioni riservate, anche finalizzati allo scambio di informazioni, e ha mantenuto contatti con altri esponenti di vertice.