Mafia: la compravendita dei voti, il figlio del boss Virga e Paolo Ruggirello

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Dall’operazione antimafia che ha portato in carcere l’ex deputato regionale Paolo Ruggirello e altre 24 persone “emerge ancora una volta la compravendita dei voti, con riferimento del prezzo del voto per ogni elettore, o in alternativa con la spesa sempre più ricorrente”. E’ la denuncia del Procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido parlando dell’operazione Scrigno. “La compravendita dei voti – dice ancora il magistrato – ritorna in modo preoccupante e quasi a tappeto”.

“A tutti questi già quando gli da 50 euro, 20 euro per fare la spesa…”. In vista delle elezioni regionali del 2017 in Sicilia la famiglia mafiosa di Trapani era a lavoro. Occorreva procacciare i voti ai politici ‘amici’. E’ l’ottobre del 2017 quando Pietro Virga, figlio del boss ergastolano Vincenzo e insieme col fratello Francesco a capo del mandamento di Trapani, in un incontro riservato in un garage di via La Commare, spiegava il da farsi a Michele Martines, anche lui finito in carcere oggi nel blitz antimafia, condotto dai carabinieri di Trapani.

I boss mafiosi, nonostante l’accordo per il sostegno elettorale a Paolo Ruggirello, non lo avrebbero rispettato. E’ quanto emerge dalle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 25 persone con l’operazione Scrigno. “I fratelli Pietro e Francesco Virga, unitamente al fidato Francesco Peralta, prima che la campagna elettorale entrasse nel vivo, nei primi giorni del mese di ottobre 2017, avevano deciso di dare il loro sostegno anche a Paolo Ruggirello”, scrive il gip. “Dall’analisi complessiva dei dati emersi, tuttavia, emergeva che l’accordo con Ruggirello non era stato del tutto rispettato dalla famiglia mafiosa di Trapani, a causa della mancata tempestiva integrale dazione del denaro da parte del predetto, quale corrispettivo della promessa di raccolti di voti da parte di Cosa Nostra”.

Il primo dato emergeva il 5.10.2017 quando Pietro Virga, dialogando con Michele Martines, lasciava chiaramente comprendere un pieno coinvolgimento nelle elezioni politiche “mi sto giocando tutte le carte per questi politici, vedi che mi devi dare una mano ah! Una mano buona. Dobbiamo raccogliere voti… tu lo sai che se le cose vanno bene a me… vanno bene a tutti, mi pare che è stato sempre così qua…”‘. Poco prima, i fratelli Virga commentavano tra loro il ritardo di uno dei candidati, che non aveva ancora dato quanto promesso “aspettiamo venerdì se quello rispetta l’impegno”, valutando, qualora tale impedimento fosse persistito, di perorare unicamente la causa di uno a svantaggio dell’altro “a quello lo buttiamo a mare e portiamo a questo”. Il 12 ottobre 2017, sempre i fratelli Virga, unitamente a Francesco Peralta, “sono tornati sull’argomento, questa volta citando direttamente Paolo Ruggirello (“che dovevamo parlare con Paolo Ruggirello”), responsabile di essersi mosso in ritardo”, scrive il Gip nell’ordinanza.

E i voti i boss di Trapani li avrebbero dovuti raccogliere per Paolo Ruggirello, ex deputato regionale del Pd, e per Ivana Inferrera, che nel 2017 fu candidata alle Regionali con l’Udc. In cambio non solo denaro ma anche l’assunzione di personale, operai specializzati nel campo dell’edilizia, da utilizzare nei cantieri riconducibili Antonino D’Aguanno, marito di Inferrera, anche lui arrestato e presidente delle piccole e medie imprese con diversi interessi nella provincia di Messina. I voti potevano essere rastrellati ad esempio in contrada Amabilina, un quartiere di Marsala dove vivono famiglie in precarie condizioni socio-economiche. “A tutti questi già quando gli da 50 euro, 20 euro per fare la spesa…” dice Pietro Virga.

“I Virga avevano stretto accordi con più candidati, ma solo uno di essi era stato sollecito rispetto a quanto concordato”, spiegano gli investigatori. A non versare subito quanto pattuito sarebbe stato proprio Ruggirello. Ritardi che avevano infastidito Pietro Virga. “Io dopo una settimana che lui non si faceva vedere… dall’accordo… secondo te combattevo ancora con lui?”, dice parlando con il fratello e spiegando che si era trovato costretto a relazionarsi con altri. Poi la soluzione. Si sarebbe adoperato per ripartire equamente i voti che avrebbero raccolto tra i candidati da loro appoggiati.

“Con questi, la parte di questo lato, io vedo qua quanti ne abbiamo… la metà di quelli che ha detto lui, basta”. Anche se, spiegano gli investigatori, i propositi di ripartizione dei voti non saranno del tutto attuati perché quasi tutti i voti raccolti saranno concentrati su un solo candidato Ivana Inferrera, a discapito di Ruggirello. “Deve salire a dritta… il marito è uno che ha amicizie forti là a Roma. E se noi arriviamo a questa a portarla là, qualche cosa possiamo concludere è giusto?”, spiegava Virga, che pur non pronunciando il nome della candidata forniva indicazioni per identificarla: “giusta è lì con Turano, è Udc. Abbiamo a questa qua, il marito almeno così pare a disposizione di… con Musumeci sono fifty fifty”. E Ivana Inferrera, archeologa, inserita nella lista Udc-Musumeci presidente, capeggiata da Mimmo Turano, era l’unica donna candidata nella città di Trapani.

“La mafia ha spesso una declinazione anche massonica”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido che ha citato l’imprenditore mazarese Michele Accomanno, condannato a nove anni per partecipazione all’associazione mafiosa, “ufficialmente inserito nella loggia massonica Gentile”. “Parlando con Salvatore Parise, nipote di Mariano Agate – dice il procuratore aggiunto – fa espressamente riferimento alla votazione che da lì a poco ci sarebbe stata e del fatto che l’elezione di Ruggirello sarebbe stata una garanzia per Cosa nostra. Quindi, il patto politico-mafioso si realizza e si concretizza anche attraverso questi progetti molto chiari”.

Ruggirello, la figlia e il fornaio

Un fornaio di 26 anni frequenta la figlia quindicenne dell’ex deputato regionale siciliano Paolo Ruggirello che non accetta questa relazione e si rivolge a un affiliato mafioso affinché intervenga. E quanto emerge dalle carte che hanno portato all’arresto di Ruggirello per associazione mafiosa.  “Ruggirello si rivolgeva a Carmelo Salerno, quale associato mafioso in grado di mettere in campo la forza di intimidazione scaturente dal vincolo associativo,  per risolvere un’altra questione di carattere familiare- scrive il Gip di Palermo – Più nello specifico, il politico chiedeva, nel corso della conversazione telefonica intercettata un “intervento” nei confronti di un giovane, titolare di un panificio, con il quale la figlia quindicenne, stava intrattenendo una relazione sentimentale, evidentemente non gradita al politico”. Ruggirello ha rappresentato a Salerno “le preoccupazioni per quella relazione sentimentale poiché il panettiere era molto più grande della ragazza- dice ancora il Gip -Salerno  riferiva che si sarebbe occupato della questione rassicurandolo sulla rapida soluzione della vicenda”.

Ecco le intercettazioni: “… va bene, ora me la  vedo io  con questo,  va bo’? che fai domani ce lo prendiamo un caffè verso le 10, 10.30”. “Era chiaro che Salerno avrebbe affrontato la questione di Ruggirello con i mezzi ed i metodi di un affiliato mafioso – spiega il gip- Non si spiegherebbe quale potere di persuasione potesse riconoscere Ruggirello a Salerno, se non quello derivante dalla capacità di intimidazione”.

Ma i componenti delle famiglia mafiose trapanesi usavano numerose accortezze per non essere scoperti o spiati dalle forze dell’ordine. Lo ha spiegato il comandante provinciale di Trapani, colonnello Gianluca Vitagliano, “è stata una indagine molto lunga e difficile, in cui i militari hanno dovuto usare molta attenzione, più di una volta siamo dovuti intervenire per evitare che l’indagine venisse scoperta”. “Avevano dei posti che loro ritenevano sicuri – dice – ma noi siamo riusciti a scovarli e a testimoniare quanto scoperto. Siamo soddisfatti”. (Adn kronos)