Mafia: operazione “White Shark”, arrestati all’Arenella i fratelli Scotto

0
54

Operazione “White Shark” della Direzione investigativa antimafia (Dia) di Palermo che ha eseguito un provvedimento restrittivo, emesso dal gip nei confronti di otto presunti affiliati alla famiglia mafiosa dell’Arenella, una delle più rappresentative del mandamento di Palermo-Resuttana. Gli otto sono ritenuti, a vario titolo, responsabili di associazione mafiosa e altri reati.  Il giudice ha accolto richiesta avanzata dalla procura distrettuale di Palermo, procuratore aggiunto Salvatore De Luca e sostituti Amelia Luise e Laura Siani.

Quattro dei provvedimenti eseguiti riguardano esponenti della famiglia Scotto: i tre fratelli Gaetano, Pietro, Francesco Paolo nonché Antonino, figlio del precedente. Le indagini, condotte con tradizionali metodi investigativi, hanno orbitato principalmente intorno a Gaetano Scotto, il fratello Francesco Paolo e ai loro familiari.

Nell’ambito dell’operazione il gip di Palermo ha disposto l’arresto in carcere per Gaetano Scotto, 68 anni; Francesco Paolo Scotto, 73 anni; Pietro Scotto; Antonino Scotto, 41 anni; Vito Barbera, 48 anni; Giuseppe Costa, 48 anni; Paolo Galioto, 29 anni. I reati contestati, sono tra gli altri, associazione mafiosa, estorsione aggravata, favoreggiamento. Arresti domiciliari, invece, per Antonino Rossi, 37 anni. A quest’ultimo viene contestata l’intestazione fittizia aggravata in concorso con Gaetano Scotto del locale White Club, un pub alla moda che si trova in via Cardinale Guglielmo Massaia 7, all’interno del rimessaggio Marina Arenella di Palermo, per cui è stato disposto il sequestro preventivo.

Gaetano Scotto è una delle dieci persone accusate ingiustamente della strage di via D’Amelio e adesso parte civile nel processo sul depistaggio che è in corso a Caltanissetta. Anche, Pietro, tecnico di una società di telefonia, è stato coinvolto nell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino. Era stato accusato di aver captato la chiamata con cui il magistrato comunicava alla madre che stava per andare a farle visita nella sua abitazione di via D’Amelio. Pietro Scotto, condannato in primo grado, era stato poi assolto in appello.

Gaetano Scotto è indagato anche per l’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e della moglie Ida insieme con il boss Nino Madonia. Nei giorni scorsi il procuratore generale Roberto Scarpinato, ha inviato un avviso di chiusura indagine, che prelude a una richiesta di rinvio a giudizio. Agostino e la moglie furono assassinati davanti alla loro casa di villeggiatura a Villagrazia di Carini la sera del 5 agosto 1989. In questi 31 anni l’inchiesta si è dovuta confrontare con molte ombre e con tentativi di depistaggio contro i quali si è battuto il padre di Nino, Vincenzo Agostino. Scotto ha sempre negato di appartenere alla mafia e di essere coinvolto nell’omicidio di Villagrazia di Carini.

Gaetano Scotto, subito dopo l’uscita dal carcere, avrebbe ripreso la guida della famiglia mafiosa dell’Arenella, una delle più rappresentative del mandamento di Palermo-Resuttana, capeggiato dai fratelli Madonia. Le attività tecniche di ascolto, corroborate da servizi di osservazione dinamica sul territorio, hanno consentito di ricostruire, nonostante tutte le cautele e le accortezze poste in essere da Scotto, la complessa ed articolata rete relazionale dallo stesso dispiegata nonchè le dinamiche interne al sodalizio mafioso di riferimento. Nonostante il ricorso ad un atteggiamento prudente, dalle acquisizioni d’indagine la Dia poteva confermare un progressivo e cauto reinserimento di Scotto nel suo quartiere all’indomani della scarcerazione, con il pieno recupero del suo ruolo e della sua autorità all’interno di cosa nostra. Scotto dimostra di essere il referente per la risoluzione di ogni tipo di problema prospettatogli dalla popolazione del quartiere; ha il pieno controllo delle attività economiche che vi vengono esercitate; organizza e coordina le attività estorsive; mantiene rapporti con esponenti di altre famiglie mafiose; sostiene i parenti degli affiliati detenuti.

Gaetano Scotto sarebbe stato destinatario di un “omaggio” deferente nel corso di una processione religiosa. Scotto venne scarcerato il 21 gennaio 2016 da Rebibbia. “Al suo rientro all’Arenella trovò un intero quartiere ad attenderlo – raccontano gli investigatori dalla Dia – Un rione che gli ha mostrato devozione e rispetto, documentati, ad esempio, nel corso della festa di Sant’Antonio, patrono della borgata marinara, che si svolse il 13 giugno, pochi mesi dopo la sua scarcerazione”.

Scotto, spiegano gli investigatori, ha l’abitudine di dare risposte o impartire ordini in maniera si potrebbe definire “itinerante”: evita ogni luogo al chiuso e camminando lungo le strade del quartiere; approfitta di incontri fugaci ed occasionali per impartire le proprie direttive senza mai nominare l’interlocutore e proferendo le parole strettamente necessarie per conferire un assenso (ad esempio all’apertura di un’attività commerciale) ovvero un diniego.

Nel corso delle indagini si è evidenziato il ruolo carismatico di Gaetano Scotto, il quale ha dimostrato (come peraltro riconosciutogli anche da altri uomini d’onore appartenenti addirittura ad altri mandamenti palermitani) di saper gestire il ruolo riconosciutogli e la sua influenza territoriale ponendosi al di fuori delle ordinarie dinamiche di Cosa nostra, evitando incontri, riunioni ed altre relazioni suscettibili di sovraesposizione.

In particolare, sono state documentate proposte per investirlo di alte cariche di vertice più prestigiose dell’organizzazione, in realtà sempre declinate da Scotto, in attesa di chiarire le proprie vicende giudiziarie pendenti: “Mi hanno chiesto di fare il capo mandamento… ma sono pazzi! Io devo ringraziare il Signore di essere uscito… non se ne parla proprio…!”. Attraverso un’oculata e sagace gestione della “propria famiglia di appartenenza”, Scotto è tornato ad occupare quel ruolo di vertice in realtà mai abbandonato negli anni, poiché gestito, in sua assenza, sia dai fratelli Francesco Paolo e Pietro, sia da altri uomini d’onore, fedeli alla sua persona, che hanno retto il sodalizio mafioso durante la sua assenza.

Gaetano Scotto, detenuto nella casa circondariale di Roma-Rebibbia, veniva scarcerato il 21 gennaio 2016. Al suo rientro all’Arenella ha trovato un intero quartiere ad attenderlo, pregno di devozione e di rispetto, documentati, ad esempio, nel corso della festa di Sant’Antonio da Padova, patrono della borgata marinara dell’Arenella, tenutasi il 13 giugno 2016. Nel corso di un colloquio telefonico con l’allora fidanzata Giuseppina Marceca, Scotto interrompeva la conversazione affermando che lo avevano avvisato che per fare passare il Santo “aspettavano lui”. “Come se non bastasse – sottolineano gli investigatori – i due fidanzati salivano a bordo di un peschereccio, sul quale veniva posizionata la cosiddetta ‘vara del Santo’ per essere trasportata via mare secondo le regole della processione che, peraltro, vietano in maniera categorica che a bordo dell’imbarcazione possano salire persone diverse dal sacerdote che officia la funzione e dalla banda musicale”.

Gaetano Scotto è certo di essere rispettato nella sua borgata anche per la conduzione della famiglia mafiosa, secondo la percezione degli abitanti del posto “gestita in maniera oculata ed equilibrata”.

Sempre alla Marceca, infatti, Scotto confidava come tutti fossero contenti del suo modo di agire: “Tutti sono contenti perché io vengo nel giusto…”, lasciando intendere che tutti coloro che pagano il pizzo, lo fanno come una sorta di atto dovuto nei confronti di quest’ultimo, dal momento che non approfitta delle condizioni economiche, magari disagiate, degli esercenti di attività commerciali. E infatti, Scotto non ha mai avuto bisogno di avvalersi delle tipiche tecniche intimidatorie di natura estorsiva, limitandosi solamente a ricevere quello che i commercianti, per il solo rispetto del potere dal rango rivestito, erano disposti a versare a titolo di “pizzo”.

L’attività investigativa svolta dalla Dia con il coordinamento della Procura Distrettuale di Palermo ha consentito di provare la posizione direttiva in ambito criminale di Gaetano Scotto attraverso i suoi rapporti con soggetti italo-americani, rappresentanti delle più potenti famiglie di cosa nostra d’Oltreoceano, già oggetto di indagini da parte di Fbi e Dea. In uno degli incontri con Leonardo Lo Verde, questi riconosce la scaltrezza e l’abilità con le quali Scotto si è defilato, allontanando da sé ogni attenzione investigativa, e definisce entrambi “mafiosi di rango superiore”. Le indagini della Dia hanno permesso di evidenziare, inoltre, un importante spaccato sulla gestione delle concessioni e sul controllo di alcune attività imprenditoriali nel corso degli anni da parte della famiglia dell’Arenella, in grado di ‘autorizzare ed indirizzare’ l’apertura di imprese commerciali e la gestione del commercio ambulante. Il carisma di cui gode Gaetano Scotto all’interno di cosa nostra palermitana, lo hanno portato ad essere influente nei riguardi di altre famiglie mafiose, anche se appartenenti a mandamenti diversi. Le indagini svolte, infatti, hanno permesso di evidenziare gli stretti rapporti intrattenuti con altri uomini d’onore.

La Dia ha anche sequestrato il White club, un pub alla moda situato in via cardinale Guglielmo Massaia 7, cioè all’interno del rimessaggio Marina Arenella di Palermo.