Marcello Dell’Utri a casa, a settembre l’udienza per decidere sullo stato di salute

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Marcello dell’Utri è uscito dal carcere romano di Rebibbia dopo che il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto l’istanza dei legali Simona Filippi e Alessandro De Federicis che ne avevano chiesto la scarcerazione per motivi di salute.

Ad attenderlo fuori da Rebibbia i suoi due figli e il suo autista storico. Ora l’ex senatore di Forza Italia, condannato nel 2014 a 7 anni per concorso esterno alla mafia, sconterà i domiciliari a casa di uno dei due figli nella capitale.

“E’ apparso – dice il suo legale Alessandro De Federicis a LaPresse– soddisfatto e commosso. Rimane lucido anche se la malattia ha agito a livello fisico e psichico”.L’esponente azzurro potrà uscire di casa, previa telefonata al commissariato di riferimento e competente, solo per sottoporsi ad accertamenti e cure sanitarie.

Almeno per ora, non potrà fare telefonate, ne ricevere visite, se non quelle dei familiari. Il 28 settembre è stata fissata l’udienza per discutere la perizia sullo stato di salute del condannato. Il 22 giugno scorso i giudici avevano affidato una nuova perizia medica sul detenuto che si è focalizzata sui suoi problemi cardiaci.

Dell’Utri, oltre ad essere da anni cardiopatico, è diabetico e affetto da un tumore alla prostata per il quale, tra marzo e aprile, è stato ricoverato, in regime di detenzione, presso il Campus Biomedico della capitale.

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva respinto, nei mesi scorsi, la richiesta di sospensione della pena che era stata presentata prima del suo trasferimento nel Campus Biomedico per curare il tumore. Il 20 aprile scorso era arrivata per lui una nuova condanna, a 12 anni, nel processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.Secondo quanto riportava una consulenza dell’ex presidente della Società italiana di psichiatria Claudio Mencacci, depositata dai difensori, le condizioni in cui era ricoverato Dell’Utri e la detenzione, rappresentavano un pericolo ulteriore per la sua salute: “Il rischio – sottolineava Mencacci – è di applicare ad una persona anziana e gravemente malata una limitazione non comprensibile ed eccessiva che sta cominciando a produrre una reazione di sfinimento emotivo che potrebbe sollecitare risposte di tipo depressivo ed ansioso ancora più marcate di quelle attuali”.