Migranti: il “generale” Yedhego accusato a Palermo di gestire il traffico in Libia

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Era a capo di un grande traffico di migranti nel Mediterraneo con una base in Libia: è l’accusa che la Procura di Palermo ha lanciato nei confronti di Mered Medhanie Yedhego, detto “il generale”, il cittadino eritreo estradato in Italia nel giugno scorso che avrebbe guidato un’organizzazione criminale transazionale.

Yedhego, sotto processo davanti alla Corte d’assise del capoluogo siciliano, era stato arrestato in Sudan il 23 maggio 2016. Per corroborare l’accusa – confutata da subito dall’avvocato difensore Michele Calantropo, secondo cui in cella è finito un falegname eritreo, Mered Tasmafarian Behre – giovedì la procura ha depositato un’attivita’ integrativa di indagine svolta dal Servizio Centrale Operativo e dalla Squadra Mobile di Palermo.

E’ la ragione per cui l’accusa contesta ulteriori due episodi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione a delinquere, chiedendo con la modifica del capo di imputazione e l’estensione dell’estradizione attraverso il ministero della Giustizia. Fino a pochi giorni prima dell’arresto in Sudan, Mered Medhanie Yedhego – secondo la nuova indagine – ha ” organizzato ” viaggi della speranza, è stato in contatto con ” altri trafficanti ” che gestivano una ” safe house ” in Libia e ha ” mediato ” con parenti in attesa dei pagamenti (2.200 dollari americani a persona).

Gli investigatori hanno incrociato numeri di telefono e conversazioni sui social – in particolare Viber – rinvenuti sul telefono sequestrato al momento dell’arresto e nei sei mesi successivi all’arresto sono state intercettate due utenze libiche, rinvenute sullo stesso telefono ed ” emerse il 23 maggio 2016 – sostengono gli investigatori – perché contattate da Medhanie con la sua utenza sudanese, ancora utilizzate dai trafficanti all’interno della safe house”.

Medhanie viene arrestato il 23 maggio da personale di polizia in Sudan, grazie anche alla collaborazione con l’agenzia britannica NCA. Qualche giorno prima era stato “intercettato” due volte mentre “organizzava” il viaggio di tre migranti detenuti in una safe house a Tripoli. Gli investigatori hanno “riscontrato” constatando che che “dopo il 23.5.2016 l’unico sbarco di migranti in cui sono stati censiti soggetti eritrei che hanno dichiarato chiamarsi come i tre uomini di cui alla vicenda in esame (Kesete, Efrem e Gebreberhan) è stato lo sbarco di 1.146 migranti avvenuto a Palermo in data 20.7.2016 ad opera della nave della Marina Militare italiana “Borsini”.

Nel telefono sequestrato al trafficante – che secondo la Procura è Mered Medhanie Yedhego – sono stati rinvenuti anche due numeri di telefono italiani. Le utenze appartengono a due “stranieri” residenti a Palermo, un uomo e una donna, marito e moglie.

“Il 15 maggio 2016 – secondo gli investigatori -, quindi nove giorni prima del suo arresto, il telefono dell’indagato comunicava 11 volte, attraverso Viber, con l’utenza italiana registrata sul telefono con il nominativo “Fisha”. In passato l’uomo è stato indagato per ricettazione e sostituzione di persona ed arrestato per sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e atti persecutori.

In una occasione – sempre secondo gli investigatori – l’uomo era uno dei soggetti che l’avvocato difensore di Medhane aveva indicato come un familiare dell’arrestato nell’istanza per l’ammissione al colloquio con il detenuto, non allegando però alcuna documentazione che attestasse tale rapporto di parentela. Il sospetto – per gli inquirenti – è che l’uomo potesse essere “uno dei soggetti, ancora ignoti, che hanno svolto un ruolo di collegamento in Italia per conto dell’organizzazione criminale transnazionale capeggiata da Medhane”. Al momento l’uomo e la donna non risulta essere iscritti nel registro degli indagati. L’uomo è stato “intercettato” ed ha avuto anche diversi contatti con un giornalista italiano che scrive per un quotidiano inglese.