Nave Diciotti a Trapani, una riflessione a social spenti dopo le urla e gli insulti

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nave diciotti a trapani

Sull’approdo della nave Diciotti a Trapani con a bordo il suo carico di 67 migranti si è scatenata l’ennesima querelle. Si è rischiato (o si è consumato) un conflitto istituzionale senza precedenti tra Quirinale e Viminale, con il (presunto) premier Conte a fare da citofono e il suo vice pentastellato Di Maio a volgere lo sguardo dall’altro lato fischiettando. Intorno alla nave della Guardia Costiera italiana si è sviluppata una baruffa, una gara a chi la spara più grossa che ha portato, anche questa volta, a lasciare fuori dal focus il vero oggetto del contendere, ovvero i migranti.

Non sembri un paradosso, i disperati che tentano di attraversare il Canale di Sicilia, in questa modalità di comunicazione e in questo tipo di dibattito politico tarato a favore di social network tutto italiano non sono l’oggetto della discussione, sono un accessorio. Nella gara a chi urla di più, da una parte si trova chi vorrebbe stendere cortine  di cavalli di frisia in mare tra Malta, Lampedusa e la Tunisia, dall’altra c’è chi vorrebbe trasferire l’ottanta per cento della popolazione africana e mediorientale in Europa passando dalla Sicilia.

I migranti sui barconi restano sullo sfondo di un duello politico tra posizioni inconciliabili. D’altronde anche le iniziative di Matteo Salvini, che danno una risposta semplificata, anzi “basica” alla richiesta di sicurezza che viene dal Paese profondo, curano il sintomo ma non la malattia.

Se avessimo una macchina del tempo capace di proiettarci indietro e stessimo vivendo in uno qualsiasi degli anni tra il ‘600 e l’800 staremmo vivendo la fase storica nella quale commercianti di esseri umani arabi, in combutta con mercanti europei senza scrupoli trasportavano su navi di legno carichi di esseri umani dal Golfo del Benin fino alle Americhe. Era la tratta degli schiavi. Oggi la situazione, non è sostanzialmente dissimile.

Predoni del deserto e apostoli della jihad hanno dato vita ad una rete criminale che dalle più remote regioni a sud del Mediterraneo sfrutta la disperazione e la voglia di futuro di chi non lo trova nel suo Paese e la cerca in Europa. I contrabbandieri di esseri umani si arricchiscono e finanziano i movimenti integralisti, taglieggiano, torturano, stuprano i migranti, la loro “merce” e la ficcano su imbarcazioni sgangherate o inadeguate puntate verso la Sicilia, se arrivano bene, altrimenti fa lo stesso.

L’equazione “stop all’immigrazione” uguale “stop ai migranti” è quindi fuorviante perché non colpisce nel segno, tende a curare l’effetto collaterale ma non la sua causa. Un Paese con una storia, una cultura e una collocazione geopolitica che le dà un naturale protagonismo in Europa, anziché dividersi sul colore delle magliette dovrebbe da subito pretendere una missione internazionale per smantellare la rete dei nuovi mercanti di schiavi.

Le strutture di intelligence riescono perfettamente a monitorare il fenomeno, gli apparati di sicurezza e quelli militari sono in grado di intervenire in modo chirurgico e quando la “spada” è affilata la “feluca” della diplomazia riesce a far valere le “buone ragioni” anche con i governi più distratti. Basta volerlo.

Il fenomeno dell’immigrazione incontrollata non potrà mai essere combattuto in modo ideologico con muri e reti. Ma l’assunto opposto è che esso non può nemmeno essere assecondato da chi, spinto da motivazioni ideologiche di segno contrario sfrutta l’esodo dalle coste africane in nome di una carità pelosa utile soltanto ai “soggetti” della cooperazione e ai migranti “oggetto” dell’attività di assistenza. Senza un’analisi seria e approfondita dell’immigrazione come fenomeno geopolitico dei nostri tempi, i mercanti di esseri umani, le Ong e le reti di cooperazione saranno “oggettivamente”, cioè al di là delle rispettive e singole volontà, responsabili del dramma che vivono i disperati che scelgono di rischiare la vita per cercare un futuro.

La politica italiana tutta moderi i decibel, smetta di urlare e ritorni ai pensieri lunghi e profondi. Spenga per un attimo Ipad e smartphone ed esca da Twitter o Facebook. Gli elettori avranno un attimo di smarrimento, ma sarà soltanto una piccola frazione temporale. Poi capiranno e l’umanità gliene sarà grata.