Nelle agende di Ciampi l’offerta di dimissioni dopo le bombe del ’93

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carlo azeglio ciampi, presidente emerito della repubblica

Nelle agende di Carlo Azeglio Ciampi l’offerta di dimissioni dopo le bombe del ’93. Le rivelazioni, legate al processo relativo alla cosiddetta trattativa Stato-mafia, emergono dalle annotazioni dell’ex Capo dello Stato, all’epoca presidente del Consiglio.

La notte degli attacchi di Roma e Milano raccontata attraverso le annotazioni di Carlo Azeglio Ciampi: nelle agende del 1993, “offerte”, prima di morire, dallo stesso Ciampi ai magistrati di Palermo che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia, c’è in sostanza la cronaca, minuto per minuto, degli attentati della notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, l’offensiva mafiosa contro lo Stato, il cui obiettivo – secondo i pm – era fare scendere le istituzioni a patti, per ottenere concessioni in favore dei boss detenuti.

Nei diari, consegnati dal Quirinale al presidente della corte d’assise del capoluogo siciliano, Ciampi rivela tra l’altro di avere offerto le dimissioni, respinte dall’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro. Alla data del 27 luglio 1993, il capo del governo “tecnico” annota: “Alle 23.50 circa Mancino al telefono mi informa che poco fa è scoppiata autobomba nel centro di Milano: cinque morti”.

Si tratta dell’ennesimo attentato avvenuto mentre a Palazzo Chigi c’è Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia, in carica dalla fine di aprile di quell’anno: dopo Capaci e via D’Amelio, attentati risalenti alla primavera-estate del ’92, il 14 maggio 1993 era scoppiata una bomba in via Fauro, a Roma, contro Maurizio Costanzo, e il 27 dello stesso mese un altro attentato aveva fatto cinque morti a Firenze, in via de’ Georgofili.

Il 28 luglio un appunto successivo di pochi minuti rispetto al primo: “Ore 0,10-0,15. Mentre sono al telefono con Manzella due esplosioni a Roma. Apro la tv, richiamo Mancino e apprendo di due autobomba, una a San Giovanni in Laterano, l’altra a San Giorgio al Velabro. Decido di rientrare a Roma”. Nicola Mancino è il ministro dell’Interno, oggi a giudizio per falsa testimonianza in Stato-mafia, Andrea Manzella era il segretario generale del Consiglio dei ministri.

Ciampi si trovava in vacanza a Santa Severa, località balneare della Capitale. Annota: “Cerco di contattare anche Scalfaro (gli parlo quando sono già in macchina). Le mie preoccupazioni sono accresciute dal fatto che alle 0,20 circa si interrompe il funzionamento dei telefoni con Palazzo Chigi. Verso l’1.10 entro a Palazzo Chigi: anche nel mio ufficio non funziona il collegamento col centralino. Ore 1.15: Scalfaro, telefonata più particolareggiata”.

Proprio per via del blackout Ciampi ipotizzò che ci fosse stato un tentativo di golpe. Quanto alla matrice, il futuro Capo dello Stato riteneva che fosse unica; nella pagina del 24 giugno 1993, alle ore 16, aveva infatti scritto: “De Gennaro Dia sostanzialmente fiducioso. I vari attentati, da Sicilia a Firenze, sono della stessa matrice. Continuare nella linea di fermezza”. Era stato cioè individuato un filo conduttore unico fra le stragi contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le bombe in Continente del maggio ’93.

Il richiamo alla “fermezza” è ripreso dal pool del processo “Stato-mafia”, composto dai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, che nelle agende di Ciampi ritengono di avere individuato la prova dell’esistenza di una “corrente di pensiero” contraria alla fermezza e dunque favorevole alla trattativa. Sempre il 28 luglio Ciampi presiede il Comitato nazionale per la sicurezza: “Ore 2.30. Dopo avere ascoltato tutti, in generale, tranne Parisi (Vincenzo, capo della Polizia dell’epoca, ndr), molto deludenti, concludo in modo duro, sottolineando: a) gravità per la pluralità di attentati contemporanei; b) chiaro legame con attentati mesi fa; c) non si è stati capaci di prevenire, soprattutto non si è fatto alcun progresso di rilievo, dopo attentati di due mesi fa. Gran gelo”.

Alle 8.30 del mattino il presidente va “da Scalfaro con Mancino. Dopo due primi interventi di Scalfaro e Mancino prendo la parola. Affermo: pronto a dimettermi anche perché il governo si può ritenere debole, in quanto presieduto da un tecnico. Scalfaro decisamente respinge e mi prega di non parlarne con nessuno”. (AGI)