Nicola De Felice: “L’approccio superficiale e pietistico non aiuta a gestire i migranti”

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nicola de felice

L’ammiraglio di Divisione in ausiliaria Nicola De Felice, già comandante di Marisicilia, questa settimana interviene sul fenomeno dell’immigrazione e sul dibattito politico in atto.

Alcune recenti iniziative di rappresentanti italiani all’ONU ed affermazioni di alcuni vescovi siciliani e della stessa CEI fanno capire come il problema dell’immigrazione clandestina sia affrontato in maniera spesso generalizzata ed unilaterale, evidenziando la non conoscenza delle Convenzioni che regolano i rapporti laici tra le Nazioni, in particolare quella di Montego Bay sulla legge del mare delle Nazioni Unite (UNCLOS), ratificata con legge dello Stato dall’Italia e dalla stragrande maggioranza dei Paesi al mondo.

Questo atteggiamento superficiale fa sì che tra i fedeli si ingeneri una grande confusione tra l’applicazione del diritto umanitario – sacrosanto dovere di soccorrere chi si trovi in pericolo in mezzo al mare – e l’altrettanto sacro ed indissolubile dovere dei Paesi costieri di far rispettare le convenzioni e l’ordinamento giuridico nazionale ed internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare e l’ordine pubblico nelle proprie acque territoriali, a difesa della propria sovranità.

Non sempre le linee guida del Vaticano sono state simili a quella di Bergoglio. Sul tema dell’immigrazione, Papa Wojtyla si è più volte soffermato nella sua attività di evangelizzazione: “L’immigrazione stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile”.

Integrazione possibile, ma ad alcune condizioni: “E’ responsabilità delle autorità pubbliche – scriveva Giovanni Paolo II – esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi”. Per Papa Wojtyla era inoltre necessario “salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione”.

Per quel che riguarda l’ONU, evidentemente la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra ed alcune recenti dichiarazioni da parte di rappresentanti italiani in merito al decreto di sicurezza del ministero dell’Interno indicano oramai l’evidente parzialità delle sue branche cosiddette umanitarie ad incominciare da chi, stando a Ginevra e sovvenzionati con salari d’oro, sindacalizzano l’operato delle singole Nazioni, senza sporcarsi le mani.

Chiariamo ancora una volta e molto sinteticamente come funziona in mezzo al mare: il Mediterraneo Centrale prevede 4 aree di Ricerca e Soccorso definite tra Italia, Malta, Tunisia e Libia, regolarmente registrate dall’ONU attraverso l’IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale specializzata nel promuovere lo sviluppo del trasporto marittimo rendendolo più sicuro ed ordinato.

La convenzione dell’IMO adottata dai paesi membri prevede anche gli standard riguardanti la sopravvivenza ed il salvataggio (SOLAS). In sostanza esistono responsabilità ed il coordinamento nel soccorso in mare che devono far capo ad ogni singola Nazione detentrice della area nella quale avviene il soccorso. Le norme inoltre prevedono lo sbarco dei soccorsi nel porto più vicino, onde evitare di porre a rischio con una lunga navigazione le persone soccorse: nei casi di soccorso più recenti sono i porti più vicini sono sempre stati Malta o quelli della Tunisia quali Gabés, Sfax o La Goulette, porti sicurissimi – molto meglio, ahimè, di quelli siciliani, molto più lontani – visto che attraccano settimanalmente navi da crociera con migliaia di turisti occidentali.

Per non parlare dello Stato che assegna alla nave non solo la propria bandiera, ma anche il suo ordinamento giuridico e la competenza ad iniziare e finalizzare le richieste di asilo politico dei migranti che commettono il primo passaggio illegale sul ponte di quella nave e quindi nel territorio del Paese membro UE, in applicazione dell’art. 13 del Trattato di Dublino.

In pratica, se una nave ONG batte bandiera olandese, è l’Olanda che si deve occupare dei migranti clandestini saliti su una sua nave. E poi l’art. 19 dell’UNCLOS e l’art. 83 del Codice italiano di Navigazione (anch’esso legge italiana) richiamano chiaramente il diritto dello Stato costiero a negare il passaggio nelle proprie acque territoriali a quelle navi che non si attengono all’ordinamento giuridico nazionale, anche in caso anche di immigrazione clandestina.

In mare tutti indistintamente devono rispettare le leggi concordate tra le parti, se si vogliono evitare morti e disastri. Lasciamo che del problema se ne occupi chi sa andare per mare, per buona pace delle omelie della domenica o dei dorati corridoi dell’ONU a Ginevra…