Omicidio Fragalà: resta in carcere Francesco Arcuri, arrestato a marzo per l’omicidio dell’avvocato penalista ucciso a Palermo sette anni fa, a bastonate, all’uscita dal suo studio di piazza Vittorio Emanuele Orlando, al Tribunale. Dopo aver respinto l’istanza di scarcerazione di altri due indagati, Paolo Cocco e Francesco Castronovo, ritenuti dalla Procura gli esecutori materiali del delitto, la corte d’assise che celebrerà il processo per l’assassinio del penalista, ha rigettato anche la richiesta di Arcuri che, per gli inquirenti, sarebbe stato tra i mandanti.
Alla base della richiesta del legale di Arcuri c’erano le dichiarazioni di Antonino Siragusa. Pure lui tra gli indagati, dopo l’arresto, Siragusa ha mostrato la volontà di collaborare con gli inquirenti e ha smentito quanto dichiarato dal pentito Francesco Chiarello. E proprio i contrasti tra le rivelazioni di Chiarello e quelle di Siragusa, aspirante collaboratore di giustizia, erano alla base della richiesta dei legali di Arcuri. Nella sua decisione, però, la corte d’assise mostra, anche alla luce delle indagini fatte dai pm per riscontrarne il racconto, di non ritenere attendibile Siragusa. Secondo la Procura, dietro al delitto ci sarebbe dunque Cosa nostra che avrebbe voluto dare una lezione al penalista “colpevole” di avere indotto alcuni suoi clienti a collaborare con gli inquirenti.
Ma quali sono i punti in cui le ricostruzioni del pentito Chiarello e del dichiarante Siragusa divergono? Secondo Chiarello, che racconta di aver preso parte solo alla fase preparatoria dell’omicidio, ad uccidere Fragalà sarebbero stati Francesco Arcuri, che avrebbe organizzato l’aggressione su ordine del boss di Porta Nuova Gregorio Di Giovanni (mai arrestato perché non ci sarebbero elementi sufficienti a suo carico), Antonino Abbate, Siragusa e Salvatore Ingrassia.
Abbate, Siragusa e Ingrassia avrebbero atteso fuori dallo studio il penalista Fragalà, l’avrebbero immobilizzato e pestato, Francesco Castronovo e Paolo Cocco invece, probabilmente sotto effetto di droga, l’avrebbero preso a bastonate spaccandogli il cranio. Il legale, da subito apparso gravissimo, è morto dopo tre giorni di coma. Siragusa, invece, arriva a sostenere che Cocco e Castronovo non avrebbero partecipato all’agguato e discolpa pure Arcuri. L’aspirante pentito, inoltre, sfuma il suo ruolo nel delitto sostenendo di essersi limitato a recuperare la mazza usata dai killer e avere chiamato allo studio del penalista per chiedere a che ora sarebbe uscito. Al pestaggio non avrebbe partecipato, rimanendo in auto.
I killer nella versione di Siragusa sarebbero Abbate e Ingrassia. Contro la ricostruzione del dichiarante, però, c’è una intercettazione chiave per i pm, quella in cui Cocco, non sapendo di essere ascoltato, dice alla moglie: “Per il fatto dell’omicidio può essere che poi mi vengono a cercare? Che c’ero pure io esce?”. Mentre Siragusa sostiene di aver saputo particolari del delitto per avervi preso parte, Chiarello avrebbe appreso della dinamica a Ingrassia e da Castronovo, suo intimo amico, che la sera dell’aggressione sarebbe andato a casa sua con i vestiti sporchi di sangue confessando tutto. Infine, mentre Chiarello sostiene che della mazza usata per il pestaggio si sarebbero disfatti Ingrassia e Siragusa rivolgendosi a una persona che vende pedane vicino all’Ucciardone, Siragusa dice che sarebbe stata bruciata in un cassonetto di via La Farina. (ANSA).