Operazione “Agorà”: il banco alimentare per i poveri utilizzato per comprare i voti

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Il reato contestato ai cinque arrestati per la presunta compravendita di voti nelle elezioni del 2012 all’Assemblea regionale siciliana e al Consiglio comunale di Palermo è quello di “corruzione elettorale”. A loro viene riconosciuta la condizione di “pericolosità sociale”, secondo quanto sotenuto dall’accusa, e il gip di Palermo Ettorina Contino, ha disposto i domiciliari, a fronte delle 28 richieste avanzate dalla procura. Durissimi i giudizi del procuratore aggiunto Vittorio Teresi e del colonnello Petruzziello durante la conferenza stampa tenuta per illustrare i dettagli dell’operazione “Agorà”.

L’arresto politicamente più “pesante” è senz’altro quello del presidente della commissione Bilancio dell’Ars Nino Dina. Dalle conversazioni captate nel corso delle indagini, sarebbe emerso infatti che l’altro arrestato Giuseppe Bevilacqua, dopo l’esito sfavorevole delle elezioni comunali del maggio 2012, si era impegnato ad appoggiare il politico regionale, candidato alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea dell’ottobre 2012, ottenendo in cambio la promessa di due incarichi di consulenza pubblica da conferire alla sorella e alla compagna.

Bevilacqua, dicono gli inquirenti, avrebbe “posto in essere una pluralità di condotte di corruzione elettorale sia nella veste di corruttore”, al fine di ottenere voti in occasione della propria candidatura alle elezioni amministrative del maggio 2012, sia nella veste di corrotto, al fine di ottenere denaro o altre utilità (quali il subentro nella carica di consigliere comunale al posto di un altro arrestato, l’attuale deputato regionale Roberto Clemente), il conferimento di incarichi pubblici retribuiti in favore della sorella e della compagna, un appalto a favore dell’associazione culturale vicina, in cambio della promessa di procacciamento di voti per i candidati alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea.

Per ottenere voti, acquisire consenso e guadagnare, l’aspirante consigliere comunale  approfittava anche del suo ruolo nella fondazione Banco Opere di Carità. Dall’indagine, che ha dimostrato che Bevilacqua chiedeva voti alla mafia in cambio di posti di lavoro e metteva a disposizione i suoi consensi, in cambio di incarichi per sé e i familiari, è emerso che l’indagato, dipendente Amat, vendeva i generi alimentari che avrebbe dovuto dare agli indigenti. Inoltre alcuni alimenti particolarmente costosi, come il parmigiano, era solito usarsi a fini personali o rivenderli ai ristoratori. L’inchiesta ha fatto emergere che Bevilacqua avrebbe messo a disposizione il proprio pacchetto di voti anche a più soggetti concorrenti tra loro. 

Avrebbe inoltre ottenuto dal pubblico ufficiale Leonardo Gambino, ispettore della guardia di Finanza in servizio presso la Stazione Navale di Palermo, finito in manette per “corruzione propria”, l’impegno ad acquisire e rivelare informazioni riservate circa l’esistenza di indagini in corso sul conto dello stesso Bevilacqua.

Di grave quadro indiziario si parla anche per il deputato regionale del Pip Roberto Clemente che avrebbe ottenuto il sostegno di Bevilacqua e formulato a quest’ultimo la promessa che, nel caso in cui fosse stato eletto, si sarebbe dimesso dalla carica di consigliere comunale, così da consentirgli subentro in qualità di “primo dei non eletti”. Lo stesso Bevilacqua si era anche impegnato a sostenere l’ex deputato Franco Mineo, non rieletto nel 2012, dal quale avrebbe ottenuto la promessa di incarichi presso la Regione e l’aggiudicazione di un appalto a favore di un’associazione culturale.

“E’ veramente triste constatare come il livello morale di questa gente sia arrivato a raschiare il fondo, a meno che non assisteremo a fatti più riprovevoli. Tra la merce di scambio c’erano beni assegnati da associazioni di volontariato a persone indigenti, e invece il candidato utilizzava queste derrate alimentari per acquistare i propri voti e la preferenza elettorale. Una cosa inqualificabile” ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi.  “Se la mafia non uccide, è comunque un delitto per i politici che devono amministrare la cosa pubblica, rivolgersi ai mafiosi per potere essere eletti – ha tuonato ancora il magistrato -. Nel sentire comune, credo che questo debba essere il giusto approccio alla valutazione del politico che si rivolge ai mafiosi, nella consapevolezza che sia un mafioso, per ottenere consenso elettorale, perché sanno che il mafioso agisce esclusivamente col metodo mafioso”.

Secondo l’accusa i due deputati Nino Dina e Roberto Clemente, entrambi agli arresti domiciliari, “non sarebbero stati a conoscenza della mafiosità” dell’uomo a cui si erano rivolti per ottenere voti, Giuseppe Bevilacqua. “Non risulta ne fossero a conoscenza, infatti a loro abbiamo contestato solo la corruzione elettorale, che non prevede la consapevolezza della mafiosità delle persone a cui ci si rivolge”, ha chiarito Teresi.

Per il colonnello delle Fiamme Gialle Claudio Petruzziello dalle indagini “emerge uno spaccato di uno squallore incredibile”. “Una storia direi ‘robinhoodiana’ – ha proseguito l’ufficiale – riscritta da poveri che rubano ai poveri, per cercare di gestire una avidità di potere, facendo promesse e truffando non solo il povero cittadino, promettendo la festa patronale e posti di lavoro. Non solo, truffandosi anche tra loro”. Il procuratore di Palermo, Lo Voi, ha sottolineato l’importanza delle intercettazioni nello sviluppo delle indagini.

(Foto ITALPRESS)