Operazione Corsa nostra, così i boss truccavano le corse dei cavalli

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Con l’operazione Corsa nostra gli investigatori hanno fatto luce sugli interessi dei boss nel mondo delle corse dei cavalli. “Cosa nostra esercitava sull’ippodromo un controllo pressoché totale. I proventi delle vincite delle scommesse erano destinati a confluire nelle casse dell’associazione mafiosa ed essere distribuiti. Così pure era chiaro che le intestazioni fraudolente dei cavalli corrispondevano non tanto all’interesse del singolo proprietario ma ad una precisa utilità delle famiglie mafiose che su quei cavalli e su quei fantini finivano per concentrare le puntate” – scrive il gip di Palermo nel provvedimento che oggi ha disposto l’arresto di nove persone.

L’interesse dei “padrini” per l’ippica, rivelato dai pentiti fin dagli anni ’90, è stato confermato nei mesi scorsi dall’inchiesta Talea, che ha disarticolato i clan di San Lorenzo e Resuttana.

Collaboratori di giustizia di vecchia data come Onorato, più recentemente Pasta, Graziano, Macaluso, Vitale e Galatolo hanno disvelato gli interessi delle cosche sull’ippodromo raccontando le richieste di pizzo a cui i gestori erano sottoposti (ce ne è traccia ad esempio nei pizzini sequestrati al capomafia Salvatore Lo Piccolo) e il meccanismo delle corse truccate che vedeva coinvolti anche allenatori e fantini. La mafia non solo taglieggiava i gestori della struttura, chiedendo una percentuale del volume d’affari dell’ippodromo che arrivava anche a quattromila euro al mese, ma manipolava le corse guadagnando sulle scommesse.

“Perché sia possibile alterare il risultato di una gara – scrive il gip – occorre indurre i fantini che vi partecipano a collaborare. Non si tratta di una meccanica semplice, ma complessa ed articolata cui si può giungere soltanto per effetto di un intervento molto forte – spiega il magistrato – Le indicazioni acquisite, sia attraverso le intercettazioni che dalle dichiarazioni dei collaboratori, descrivono un tessuto sociale che compone l’ippodromo pesantemente condizionato dalla paura”.

Il pentito Giovanni Vitale racconta ad esempio che per “convincere” il fantino Biagio Lo Verde a collaborare gli sarebbe stato bruciato il furgone di trasporto dei cavalli. Per gli inquirenti la gestione mafiosa dell’ippodromo sarebbe passata dal boss Giovanni Nioisi, tra gli arrestati, poi caduto in disgrazia e “destituito”, a Sergio Napolitano.

L’inchiesta che ha portato all’operazione Corsa nostra eseguita dai carabinieri di Palermo, ha individuato “un gruppo di storici fantini che altrettanto storicamente sono vicini agli affiliati mafiosi e si prestano all’opera fraudolenta necessaria per condizionare l’esito delle corse. Questi fantini, nell’approcciare i colleghi che parteciperanno alle corse, renderanno evidente il legame con il mondo mafioso anche qualora non pronunciassero alcun esplicito riferimento”.

Nei racconti del pentito Vitale i meccanismi con i quali i boss condizionavano le corse: “Se uno vince pure 100 mila euro all’ippodromo e lascia 10 mila euro di… di… a quelli del luogo: tutto è diviso S. Lorenzo e Resuttana. E lui quando combinava le corse, mandava dei fantini e gli dava un milione o mille euro a quello: ‘Non arrivare!’, ‘Tu devi arrivare primo!’, ‘Devi vincere quello!’… e tutti puntavamo su qualche cavallo… che anche io ho puntato in qualche cavallo!”.