Operazione “Octopus”, il video del blitz dei carabinieri e le foto degli 11 arrestati

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L’operazione Octopus condotta questa mattina all’alba dai carabinieri di Palermo ha portato in carcere 11 persone. I clan imponevano ai locali notturni i loro “buttafuori” di fiducia con il metodo delle minacce e intimidazioni. Senza che gli imprenditori vessati denunciassero l’intimidazione.

E’ questo il nuovo business del mandamento di Porta Nuova e della famiglia di Palermo Centro scoperchiato e portato alla luce all’alba dai carabinieri del nucleo Investigativo di Palermo insieme ai colleghi della Compagnia di Bagheria.

Cinque i casi di estorsione ricostruiti dagli investigatori dell’Arma ai danni di altrettanti locali notturni cittadini e di Bagheria. “In alcuni casi le minacce violente si spingevano sino a prospettare disordini nei locali attraverso malviventi al soldo di cosa nostra“, spiega il tenente colonnello Angelo Pitocco, comandante del Gruppo carabinieri di Palermo. Le indagini, scattate nel 2016 e andate avanti per due anni grazie alle segnalazioni arrivate dal “mondo dell’imprenditoria notturna”, hanno fatto emergere il ruolo di primo piano di Andrea Catalano, “l’interfaccia” tra gli imprenditori della movida e cosa nostra. Era lui grazie ai “solidi legami con gli esponenti di vertice dei mandamenti mafiosi di Porta Nuova” a imporre il reclutamento di personale, di sua scelta, per l’espletamento del servizio di vigilanza.

Formalmente le assunzioni avvenivano tramite una società a cui Catalano delegava la regolarizzazione amministrativa e contabile dei buttafuori. Per coloro che avevano precedenti penali e che non potevano essere assunti era stato ideato un meccanismo ad hoc. “Facevano parte di due associazioni di volontari dei vigili del fuoco – ha spiegato Pitocco -, così formalmente lavoravano nei locali come addetti al servizio antincendio, svolgendo di fatto la funzione di personale addetto alla sicurezza”.

Intercettazioni, pedinamenti e attività classiche di indagine hanno fatto luce sulle estorsioni. Mai denunciate dalle vittime. “Gli imprenditori hanno acconsentito, impiegando le persone imposte come buttafuori nei locali – ha detto ancora il comandante del Gruppo carabinieri Palermo -, in altri casi hanno subito l’imposizione di pagamento di quote in base al numero di buttafuori che avevano. Non si può parlare formalmente di denuncia, ma c’è stata una collaborazione successiva in sede di assunzione di sommarie informazioni”.

Buttafuori di cosa nostra e in alcuni casi anche parenti di boss. Come nel caso di Vincenzo Di Grazia, cognato di Massimo Mulè, uomo d’onore reggente della famiglia mafiosa di Palermo Centro, già arrestato nel 2008 nell’operazione “Perseo” e nel 2018 nel blitz “Cupola 2.0”, lo scorso 12 agosto scarcerato dal Tribunale del riesame. Il capomafia si era interessato affinché proprio Di Grazia fosse impiegato stabilmente nella gestione della sicurezza nel corso delle diverse serate organizzate presso un noto locale della movida palermitana. Le lamentele del capo della sicurezza di quel locale vennero soffocate dalle pesantissime minacce nei confronti suoi e della sua famiglia.

Questi gli undici destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Palermo nell’ambito dell’operazione Octopus: Massimo Mulè, 47 anni; Andrea Catalano, 52 anni; Giovanni Catalano, 44 anni; Vincenzo Di Grazia, 39 anni; Gaspare Ribaudo, 28 anni; Antonino Ribaudo, 52 anni; Cosimo Calì, 46 anni; Emanuele Cannata, 24 anni; Mario Giordano, 18 anni; Emanuele Rughoo Tejo Emanele, 43 anni; Francesco Fazio, 22 anni.

Per tutti l’accusa è di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo i carabinieri Catalano sarebbe stato “interfaccia degli interessi della mafia nella gestione dei rapporti con gli esercenti dei locali notturni”.