Palermo, emergenza acqua: i tanti perchè di una crisi che ha radici lontane

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Mentre la carenza idrica diventa ogni giorno più allarmante e gli utenti temono di dover patire ancora una volta i disagi della turnazione (ma l’Amap al momento smentisce questa paventata possibilità), l’azienda che serve 35 comuni dell’area metropolitana di Palermo, viene tacciata di una gestione scarsamente lungimirante.

Per decidere l’eventuale rotazione dei servizi minimi per aree, si dovrà attendere la dichiarazione dello “stato di calamità naturale” da parte del governo nazionale e la conseguente nomina di commissario ad acta, ma ciò consentirà all’Amap anche di operare in deroga in vari settori.

Però, come spiega Concetta Amella, consigliera comunale pentastellata e componente della terza commissione che si occupa di aziende partecipate e servizi a rete, i disservizi, al di là delle mancate precipitazioni atmosferiche, sorgono per l’assenza di controllo e di programmazione.

“Innanzi tutto – chiarisce Amella – a monte, c’è il problema della gestione degli invasi che è di pertinenza regionale. La loro gestione è infatti a dir poco scriteriata considerando che, per la mancata effettuazione dei collaudi (per non parlare della scarsa manutenzione delle strutture), viene periodicamente rilasciato fino al 40% del contenuto”.

Infatti, non essendo mai state effettuate le prove di carico, in alcuni bacini l’acqua raccolta deve essere fatta defluire andando perduta. Un dato, tra gli altri, è quello relativo alla diga Rosamarina di Caccamo dove, nel 2016 vennero letteralmente gettati a mare ben 40 dei 100 milioni di litri d’acqua raccolti. Tale quantitativo, per fare un esempio concreto, è pari a 40 miliardi di litri, ossia 210 giorni di consumi domestici dei residenti della città metropolitana di Palermo, 1 milione e 266mila persone nel 2016, ipotizzando un consumo medio domestico pari a 150 litri al giorno per persona (Rapporto Ecosistema Urbano 2017, Legambiente).

Situazioni simili di “alleggerimento” hanno visto protagoniste anche le dighe Comunelli e Disueri nel nisseno. Ma i collaudi mai effettuati, sono storia antica, tanto che già nel 2002, l’allora presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro, (in veste di Commissario delegato per l’attuazione degli interventi di emergenza nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Palermo e Trapani) venne chiamato dalle Commissioni Agricoltura e Territorio del Senato, riunite per un’indagine conoscitiva sulla situazione nei centri urbani dell’isola, e disse che il 60% degli invasi non era mai stato sottoposto a collaudo tecnico da parte di ingegneri specializzati.

Cuffaro in quell’occasione aggiunse che “senza collaudi, la capacità di invasamento di queste strutture diminuisce almeno del 30% poiché il Servizio nazionale dighe non autorizza l’invasamento secondo la capacità massima.  Inoltre – si giustificò il governatore di allora – per effettuare queste verifiche, sarebbe necessario il totale svuotamento dei bacini, operazione che risulta complicata”. E ancora adesso, ben 16 anni dopo, il quadro complessivo non appare molto diverso. Ma, secondo quanto risulta dagli approfondimenti effettuati da Concetta Amella, anche l’Amap ha la sua cospicua fetta di responsabilità.

  • “Perché infatti non si fa un’accurata revisione della rete idrica, eliminando le tante falle che causano continue perdite e non si individuano i molteplici allacci abusivi, nei cui confronti c’è fin troppa tolleranza? Perché non si mettono in opera adeguati procedimenti di dissalazione dell’acqua marina (basterebbe dare uno sguardo a Paesi come Israele) e di depurazione delle acque reflue (il depuratore di Acqua dei Corsari effettua la depurazione ma poi scarica l’acqua a mare), consentendo così di attingere a fonti alternative? Perché, infine, ogni qual volta si presenta l’annoso problema della carenza di precipitazioni si invoca immancabilmente lo stato di emergenza, invece di procedere con avvedutezza, ad esempio aumentando la capacità degli invasi e operando tutti quegli adempimenti che consentirebbero una migliore fruizione della rete idrica?”, conclude la consigliera. Già, perché? Se lo chiedono anche i cittadini.