Palermo, il cibo da strada e un’idea lasciata a mezz’aria

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La prima edizione è andata, e speriamo (sinceramente) che non resti l’unica. Perché il Panormus Street Food Festival è una gran bella idea: attuale, brillante, intelligente, di quelle che ti chiedi “ma perché non ci abbiamo pensato prima”? Però a noi sembra sia rimasta lì, quell’idea. Un po’ a mezz’aria, come chi sia sul punto di prendere la strada buona ma gli manchi sempre la spinta per fare il primo passo. E così ha finito per somigliare a un’occasione mancata. A un bersaglio colpito appena di scarto.

Forse è per via della location. Quella piazza San Domenico che pure sarebbe stata azzeccatissima, vero? almeno sulla carta. Perché è in pieno centro, non distante dalle vie dello shopping; perché accoglie il Pantheon di Palermo; perché è una delle isole pedonali per le quali il Comune si è più battuto negli ultimi mesi. Senza contare la ragione che a noi pare la più sensata di tutte: perché è la porta d’accesso a quella culla storica del cibo da strada che è la Vucciria, croce e delizia di tutti i palermitani, la cui misera sorte è sotto gli occhi di tutti. Quale miglior segnale, dunque, per suggerire future rinascite? Peccato però che tutto questo si sia scontrato con problemi molto più concreti: le dimensioni della piazza, troppo ridotte per farci star dentro i gazebo del Festival, i 40 espositori, le inevitabili code agli stand, i tavolini esterni del bar “indigeno” e il palco (sovradimensionato?) montato per l’occasione. E che dire della via Roma insensatamente aperta alle auto? 

O forse è per via della confusione. Non quella “umana”, per carità, non l’allegro via vai di gente e di turisti e di ragazzi e di curiosi, ché lì semmai c’è solo da esser contenti. Ma una confusione di idee, una specie di rumore di fondo. Che mescola l’artigiano ceramista al meusaro, lo zucchero filato e il cocco fresco alle panelle, il cono gelato gusto Spagnola al giovane blogger che parla (lui si!) di cibo da strada. 

E senza nessuna cura, per di più, nessuna qualità estetica, nessuna attenzione al dettaglio o uno straccio di comun denominatore. Senza nessuno che mostrasse ai turisti di passaggio, per dire, com’è che la farina di ceci diventa panella, o cos’è che fa dello sfincione qualcosa di più di una semplice “pizza rossa alla cipolla”. Senza nessun abbanniatore di professione (peccato, a Palermo il cibo da strada ha una voce e un tono inconfondibili…). Senza nessuno a raccontare, a mostrare, a spiegare alcunchè. E come se non ci fosse differenza tra l’arancina al burro e la ciambella con lo zucchero, tra lo sfincione e la collana di vetro riciclato, tra il polipo bollito e le marmellate bio, tra il cannolo siciliano e le stigghiole. E tutto fosse lì per una ragione semplice semplice, e chiara a tutti: perché no?

E allora? Allora, già che sei lì, ti fai la tua mezz’ora di coda per mangiare un panino panelle e cazzilli identico a quello che hai mangiato l’altro ieri sotto l’ufficio, fai lo slalom tra gli stand cercando di ignorare i clacson alle tue spalle, ti aggiri sotto il palco nella speranza che qualcosa succeda, prima o poi…e dopo un po’ te ne torni a casa, con dentro la strana sensazione di una bella idea lasciata lì, a mezz’aria. E nella testa una domanda che ti frulla testarda: ma perché? Qual è lo scopo di un Festival del cibo da strada, e per di più a Palermo? Cosa è che fa davvero la differenza? Cos’è che distingue un Festival come questo da un luogo in cui si mangia e basta? 

 Ecco perché Panormus Street Food Festival deve andare avanti. Serve una seconda edizione, si, assolutamente si. E magari anche una terza, e una quarta. Ma soprattutto serve che questa idea smetta di galleggiare a mezz’aria, e si metta in moto, e cominci a produrre qualcosa di più di quel “poco e male e presto” che è “sempre meglio del niente di sempre”. Sarebbe pure ora di invertire la rotta, e cominciare a pensare che le cose vanno non solo fatte, ma fatte bene. Perché ce le meritiamo. Perché non è più il tempo di accontentarsi. E perché a furia di accontentarsi si fa l’abitudine al brutto e al poco e male che ancora oggi ci sembra sia il biglietto da visita di questa città.