Palermo: interdittive antimafia a difesa e salvaguardia dell’economia, della libera concorrenza e delle infiltrazioni

0
26

Le nove prefetture siciliane negli anni 2017 e 2018 hanno adottato 399 provvedimenti interdittivi antimafia, su 82.071 richieste di documentazione antimafia pervenute. Il dato è stato diffuso in mattinata durante il seminario su  “La prevenzione delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Le interdittive del Prefetto e le sue fonti di conoscenza”, in corso in Prefettura a Palermo, alla presenza del presidente della terza sezione del Consiglio di Stato Franco Frattini, del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il prefetto di Palermo Antonella De Miro.

Ecco i dati che riguardano le 9 prefetture dell’Isola: Agrigento, emesse 29 interdittive su 9.017 richieste; Caltanissetta emessi 25 provvedimenti interdittivi su 5.500 richieste pervenute; Catania 26 interdittive emesse su 13.756 richieste pervenute; Enna emessi 25 provvedimenti su 2.492 richieste; Messina 106 interdittive antimafia su 9.739 istanze. Per quanto riguarda la prefettura di Palermo sono arrivate 29.861 richieste ed emessi 157 provvedimenti, a Ragusa emessi 11 provvedimenti su 7.048 richieste, a Siracusa 13 provvedimenti emessi su 3.223 richieste; infine, a Trapani emessi 72 provvedimenti su 8.568 richieste.

“I provvedimenti interdittivi antimafia adottati dai prefetti – ha detto il prefetto De Miro – costituiscono una insostituibile difesa e salvaguardia dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della pubblica amministrazione ed inoltre bloccano i possibili tentativi di infiltrazione mafiosa nei pubblici appalti, nelle autorizzazioni, concessioni di beni demaniali, nei commerci, nell’acquisizione di finanziamenti pubblici”. De Miro ha sottolineato che “un imprenditore, pur dotato di mezzi economici e di una adeguata organizzazione, che non merita la fiducia delle istituzioni perché non ‘affidabile’ non può essere titolare di rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni o degli altri titoli abilitativi, individuati dalle leggi”. “Determinante, prezioso organo di supporto del prefetto – ha continuato – è il gruppo interforze costituito per disposizione dello stesso prefetto, che vede lavorare insieme un dirigente prefettizio, che coordina, un dirigente della Polizia, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza e un rappresentante della Dia. Un gruppo di lavoro chiamato ad approfondire le situazioni che appaiono presentare maggiori elementi di criticità. Un lavoro di squadra che garantisce la circolarità delle informazioni, valorizzandone il contenuto e la ricerca di ulteriori spunti informativi”

“Le Prefetture si confermano istituzioni a baluardo della legalità e a difesa dell’economia legale dagli assalti speculativi della mafia intercettando con carattere di tempestività i sempre più raffinati tentativi di celare le attività economiche”. Lo ha detto il prefetto di Palermo Antonella De Miro. “Se le comunicazioni attestano l’assenza di gravi condanne ostative – ha aggiunto il prefetto De Miro – le ‘informazioni’ consentono di operare un’analisi approfondita di possibili compromissioni allargando il monitoraggio anche nell’ambito familiare, amicale e delle cointeressenze economiche di un imprenditore”.

Dal seminario è emerso anche che “i provvedimenti interdittivi offrono un interessante contributo di conoscenza e di analisi per valutare quali sono oggi gli interessi della mafia verso i settori economici di investimento, permettendo di cogliere anche le nuove dinamiche per celare e per speculare in nuovi ambiti economici, rispetto ai tradizionali settori di influenza di Cosa nostra o anche di altre mafie”, secondo la documentazione fornita dalla Prefettura. “Nell’attività di prevenzione amministrativa la Prefettura di Palermo – si legge nel documento – ha adottato 26 provvedimenti ostativi a carico di ditte nelle cui compagini figurano soggetti coinvolti nelle misure di prevenzione patrimoniali a carico di stretti congiunti, quali ‘terzi intestatari intervenienti’, cioè dipendenti delle stesse società. Tra queste, 12 hanno riguardato altrettante società con lo stesso oggetto di attività di quelle confiscate: si tratta di una raffinata strategia di reinserimento nel mercato da parte di chi ne è stato estromesso da una misura patrimoniale per l’accertato collegamento con la criminalità organizzata mafiosa. Non è, infatti, da escludere che l’esercizio di analoga attività rispetto a quella sequestrata o confiscata da parte del congiunto ‘terzo interveniente’, con la creazione di nuove società, intestate ad ‘intervenienti’ o ad ‘ex dipendenti’, che di fatto operano in regime di concorrenza con le società sottoposte a vincolo del sequestro, si può ritenere costituisca un tentativo di elusione degli effetti del provvedimento giudiziario, ed in molti casi può essere stato condizionante il fallimento delle società in amministrazione giudiziaria ovvero una considerevole diminuzione del loro volume d’affari. Si tratta di interdittive portate a conoscenza anche del giudice della prevenzione e in alcuni casi è intervenuto anche un provvedimento giudiziario di sequestro di beni”.

Dalle interdittive di Palermo, e più in generale delle altre prefetture dell’Isola, si rileva che permane l’interesse della mafia nei settori più tradizionali, come le costruzioni, il ciclo del calcestruzzo e gli inerti. E’ il dato diffuso dalla Prefettura di Palermo. Tuttavia, Cosa nostra guarda anche al gioco e alle slot-machine e alle attività legate alle autorizzazioni dei Monopoli di Stato, alla gestione di impianti sportivi legati al mondo delle scommesse e alle corse dei cavalli, alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, alle attività agropastorali per acquisire fondi europei, la distribuzione di benzina e gas, l’eolico e la connessa progettazione, la gestione delle acque, la gestione di stabilimenti balneari su aree demaniali in concessione, la grande distribuzione, il settore vitivinicolo, le cantine e gli impianti di trasformazione dei prodotti enologici e dell’agricoltura.

Frattini: interdittiva strumento principe di contrasto organizzazioni criminali

“La mafia oggi non ammazza, ma riesce a infiltrarsi nell’economia legale e questo è l’aspetto più pericoloso e più ramificato. L’interdittiva antimafia è lo strumento principe, la frontiera più avanzata insostituibile a tutela dei valori costituzionali e per una azione volta a distruggere le infiltrazioni mafiose e per una azione capillare e profonda rispetto alle ramificazioni della criminalità organizzata presente al Nord, al Centro e al Sud del nostro Paese”. Lo ha affermato il presidente della terza sezione del Consiglio di Stato, in mattinata, nel suo intervento nel corso del seminario organizzato in prefettura a Palermo su “La prevenzione delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Le interdittive del Prefetto e le sue fonti di conoscenza”, al quale partecipano tra gli altri anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il procuratore capo della repubblica di Palermo Francesco Lo Voi, il consigliere di Stato Massimiliano Noccelli e il presidente del Tar Calabria Vincenzo Salamone. “In un momento in cui la mafia non ammazza la gente, l’infiltrazione nell’economia legale è l’aspetto più pericoloso e più ramificato – ha aggiunto Frattini – .  L’interdittiva è la frontiera più avanzata – ha sottolineato Frattini – perché agisce prima di ogni processo penale, è molto più flessibile e adeguata alla flessibilità delle mafie. Le mafie sono una minaccia asimmetrica che sceglie in ogni contesto modi e tempi diversi, che si articola in modalità che cambiano e che si manifestano con strumenti di volta volta diversi – ha aggiunto Franco Frattini -. Una minaccia capace di articolarsi anche secondo circostanze temporali oltre che territoriali e noi non possiamo rispondere con provvedimenti rigidamente tipizzati”. “Il Consiglio di Stato – ha ricordato Frattini – nella sua giurisprudenza dal 2017 ha cercato di indicare alcune casistiche, ma il punto essenziale è che queste non possono esaurire la tipizzazione. Dobbiamo trovare un modo sempre nuovo per bloccare l’azione della criminalità organizzata”, ha concluso Frattini.

Cafiero De Raho: costituire banca dati degli appalti 

“In Sicilia operano tante imprese calabresi e in Calabria tante imprese siciliane, che comunque si muovono in altre regioni del Sud o anche al Nord su vari settori con presenze importanti nel mondo degli appalti, un mondo in cui ci sono frazioni libere ed altre occupate da veri e propri cartelli formati da 70 anche 80 società che servono in sostanza ad aggirare le leggi e il codice degli appalti”. Lo ha detto oggi in Prefettura, a Palermo, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, a margine del seminario. “Ho chiesto – ha aggiunto Cafiero De Raho – che venga costituita una banca dati degli appalti con i nomi di tutti, non solo degli appaltatori e degli affidatari ma anche di coloro che partecipano, perché spesso ci troviamo di fronte a qualcuno che recede e allora domandiamoci perché recede. Laddove si recede c’è un soggetto a cui qualcuno ha detto: ‘non hai capito chi siamo’. La Direzione nazionale antimafia acquisisce tutte le interdittive che vengono emesse in territorio nazionale e tutte le sentenze emesse dal Tar e dal Consiglio di Stato proprio per avere un quadro chiaro dei diversi territori del Paese”, ha aggiunto il procuratore nazionale antimafia. “Il nostro sistema è molto complesso: se le mafie riescono a inserirsi nell’economia, nella politica, a esercitare un ruolo nell’ambito dei territori – ha aggiunto Cafiero De Raho – a questo corrisponde da un lato lo scioglimento degli enti locali, dall’altro le interdittive antimafia, e ancora le misure di prevenzione e gli strumenti penali. Abbiamo uno spettro talmente ampio di strumenti da essere credo, a giudizio del mondo intero, il Paese con la disciplina più ampia per contrastare le mafie”. “Questi strumenti che a volte si ritengono non perfettamente conformi ai valori affermati dalla Carta dei diritti dell’uomo – ha proseguito Federico Cafiero De Raho -, in realtà, vengono sostanzialmente confermati dall’Europa intera, tanto che negli ultimi anni, i provvedimenti di confisca non fondati su sentenza di condanna, quelli che dipendono da un provvedimento di prevenzione, sono confermati e trovano esecuzione nei Paesi europei. Questo a conferma che il quadro che viene posto a fondamento di una confisca, il quadro di pericolosità, corrisponde a quello standard medio di pericolosità e responsabilità al quale si attengono i giudici nell’emanazione delle sentenze”.