Processo “Stato-mafia”, Nino Di Matteo: “Prove su genuinità le esternazioni di Giuseppe Graviano”

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accordo mafia-'ndrangheta

“Certo non potevo dirgli la verità!”. Lo ha detto il boss Giuseppe Graviano conversando con la moglie e il figlio durante un colloquio nel carcere di Ascoli Piceno il 23 aprile 2016 a proposito del “concepimento” del figlio (Michele) avvenuto quando lui era già detenuto. Lo ha riferito il sostituto della Procura nazionale antimafia, Nino Di Matteo, nella sua prima partecipazione da “applicato” al processo sulla trattativa tra Stato e mafia, annunciando una nuova richiesta di “prova sopravvenuta” a completamento delle precedente richiesta relativa alle 32 conversazioni tra il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano e il suo compagno di socialità, Adinolfi.

“Questa conversazione è stata registrata ben dieci prima della notifica dell’informazione di garanzia – ha spiegato Di Matteo alla Corte d’assise – e testimonia, dal nostro punto di vista, la genuinità circa l’inconsapevolezza di Graviano di essere intercettato”. Il boss infatti – conversando con i congiunti – ricostruisce la visita avuta in carcere da parte della Commissione europea contro le torture i cui membri hanno chiesto delucidazioni sul concepimento del figlio e sulle polemiche scaturite, all’epoca, quando si seppe che ciò fu possibile grazie alla fecondazione in vitro, con fiale entrate (ed uscite) dal carcere grazie alla collaborazione di terze persone. “Graviano – ha spiegato Di Matteo – dice alla moglie e al figlio: ‘Ho detto loro che il mio rapporto sessuale risaliva a quando ero ancora latitante: di certo non potevo dirgli la verità!”. In una delle 32 intercettazioni depositate nella scorsa udienza il boss ha raccontato che mentre era detenuto all’Ucciardone la moglie fu fatta entrare in cella, avrebbe dormito in cella e con lei avrebbe avuto il rapporto da cui sarebbe stato concepito il figlio.