Riflessione di Giorgio Trizzino fondatore della Samot sul caso del piccolo Alfie Evans

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Si chiama Alfie Evans il bambino, affetto da una gravissima patologia neurologica che gli causa terribili dolori e continue crisi epilettiche, di cui si stanno occupando in queste ore gli spazi della cronaca di tutto il mondo. Il piccolo è tracheostomizzato e costantemente assistito da un sistema di respirazione artificiale. Il governo inglese, nell’ospedale in cui il piccolo risiede insieme alla sua famiglia, ha stabilito l’interruzione della procedura assistenziale decretando di fatto la sua morte.

 In queste ore sta facendo molto scalpore la notizia della cittadinanza concessa dall’Italia e dell’accoglienza del piccolo da parte di un ospedale romano, al fine di scongiurare una fine ritenuta “legittima”, in patria, per una parte dell’opinione pubblica, “ingiustamente precoce” da parte dei genitori e dell’altra metà del mondo.

Il vero quesito che ci dobbiamo porre può essere sintetizzato in due concetti tra loro opposti opposti: da un lato, la futility di un trattamento certamente invasivo, come la ventilazione assistita mediante tracheostomia, (ciò che in Italia viene definito, con un termine colorito, “accanimento terapeutico”); dall’altro, la prosecuzione di una pratica salva-vita, considerata, invece, legittima, necessaria e doverosa.

Tuttavia, affrancandoci dal frastuono giornalistico dove soggetti culturalmente lontani da questi argomenti non mancano di ritagliarsi il proprio spazio mediatico ‘piombando’ puntualissimi su un caso che dovrebbe essere lasciato in un rispettoso e prudente silenzio,  e dalla concitazione di una notizia destinata a fomentare polemiche e conflitti tanto più penosi quanto più delicata e sensibile è la questione del vivere/morire di questo bambino, alcune considerazioni vanno fatte.

In primo luogo, per quanto mi consta, la gravità della condizione clinica potrebbe non prevedere una sopravvivenza lunghissima. Le condizioni generali, infatti, ci dicono di una dipendenza assoluta dalla ventilazione in un organismo che, comunque, è provato da una multiforme condizione di invalidità, di sofferenza e di precarietà.

In secondo luogo, il baccano mediatico non favorisce di certo le delicate decisioni che il caso impone di fare in queste ore e che spettano ai genitori e al personale sanitario, chiamato ad occuparsi della vicenda clinica, prima che ai magistrati. È noto, infatti, che pressioni ideologiche a volte opposte fra di loro, come in questo caso, non contribuiscono certamente a fare chiarezza e a restituire serenità e pacatezza, prestando il fianco alle strumentalizzazioni e ad ogni abuso.

In terzo luogo, nel nostro Paese, una cultura crescente in tema di cure di fine vita e di Medicina Palliativa consente di immaginare uno scenario certamente favorevole, fatto di accoglienza, di cura e di rispetto della dignità di tutti.

Tuttavia nulla di più potrebbe essere fatto in Italia nei confronti del piccolo Alfie, se non allungare le sue sofferenze, rispetto a quanto può essere fatto in altri Paesi detentori di una ottima tradizione di cure palliative, come è il caso dell’Inghilterra.

È un fatto di cultura: la nostra è mediterranea, calda, affettuosa ed emotiva; l’accoglienza anche di un buon morire risente di questo afflato. L’altra cultura è anglosassone, pragmatica e concreta; ma se non soccombe in egual modo alle pesanti risonanze emotive di una morte pur sempre “innaturale”, come quella di un bambino, di certo non si può nemmeno tacciare di disumanità e di freddezza del cuore.

La morte di questo bambino è da considerare inevitabile; che il suo avvento possa avvenire prima, tra le mura di un ospedale della sua città, o dopo, tra quelle di una nostra città, lontano da casa sua, davvero, non cambia molto. Resta l’amarezza per un destino che a volte appare spietato, insieme alle ceneri di una guerra ideologica dolorosa e inutile.