SCAFFALE – “Il cacciatore d’arte” e il Rembrandt “palermitano” volatilizzato

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L’ultimo libro del giornalista e storico palermitano Vincenzo Prestigiacomo “Il cacciatore d’Arte. Il tramonto della nobiltà e la rapace ascesa della borghesia” (Nuova Ipsa Editore), è un “rosario” di notizie inedite. C’è l’immagine di una Palermo che vive lo sfarzo dell’eleganza e delle sontuose feste nelle dimore settecentesche. Le serate di gala sono continue. E’ una narrazione che sin dalle prime pagine calamita il lettore che vorrebbe divorare tutto d’un fiato le centoottanta pagine. Più che leggere un libro sembra di assistere ad un documentario in cui il regista si sofferma con la sua macchina da presa sulle atmosfere della Belle Epoque.

Prestigiacomo segue le tracce dell’antiquario e mercante d’are Mario De Ciccio, dei suoi ritrovamenti di opere d’arte e dell’incredibile clientela che frequenta la sua bottega in corso Vittorio Emanuele a Palermo, da Freud a D’Annunzio, dai Florio a Bunin, da Edoardo VII a Puccini. La vita di De Ceccio si intreccia con la colpevole miopia della decadente aristocrazia siciliana e con l’ascesa di un’avida borghesia che sotterrerà il dominio degli ultimi Gattopardi.

Nel salotto di villa Niscemi i Valguarnera e il giovane antiquario commentano le ultime vicende della città come le schermaglie politiche e i problemi economici che attanagliano molte famiglie. L’aristocrazia chiede aiuto alle banche private, che aprono i loro forzieri ma sul lato destro della bilancia caricano interessi pazzeschi, al punto da costringere i clienti a svendere le loro terre ad amministratori furbi e cinici che si ingrassano alle spalle dei padroni. In tutto questo teatrino sono in molti i nobili che si divertono a praticare giochi d’azzardo.

Una mattina di luglio 1907 il napoletano duca d’Angiò affida a De Ciccio una tela di Rembrandt da vendere. E’ ritratta la palermitana Giulia Gezio, o più verosimilmente Saskia Rembrandt? E’ un luglio rovente. I sostenitori dell’ex ministro trapanese Nunzio Nasi scendono per strada, ma la manifestazione sfocia nel sangue. Nel frattempo si fa viva la mafia, che punisce i Florio dando fuoco alla villa dell’Olivuzza. L’industriale si rifiuta di pagare il pizzo alla Mano Nera di Vito Cascio Ferro. Sbarca a Palermo lo scrittore russo Bunin, che nel corso di una passeggiata vede il Rembrandt nel negozio di De Ciccio. La tela viene acquistata dallo Zar Nicola II. Arrivano venti di guerra e il dipinto finisce nelle mani di un gruppo di rivoluzionari “rossi”, pieni di rabbia per tutte le sofferenze patite, che bruciano il capolavoro dell’olandese.