La procura di Palermo ha chiesto il processo per trentotto imputati, anche per le vittime, della cosiddetta vicenda degli spaccaossa. Si tratta del terzo filone di inchiesta su un gruppo criminale che, per frodare le assicurazioni, reclutava persone disposte a farsi rompere una gamba o un braccio o entrambi, in cambio di pochi spiccioli.
Anche queste persone sono ritenute protagoniste del grande imbroglio ai danni delle compagnie e anche per loro il pool coordinato dal procuratore aggiunto Sergio Demontis, composto dai pm Giacomo Brandini e Giulia Beux, propongono il rinvio a giudizio.
Incidenti falsi ma con fratture vere: questa era la regola del gruppo di Luca Reina, titolare di un’agenzia di disbrigo pratiche automobilistiche, e Salvatore Andrea Cintura, appartenente a una famiglia del Cep più volte implicata in inchieste su forme di illegalità varie.
I falsi danneggiati degli incidenti venivano raccolti dal clan tra i disperati di Palermo, che accettavano 3-400, un massimo di 750-1000 euro per farsi procurare una frattura con metodi brutali.
L’indagine sugli spaccaossa è stata portata avanti in tre riprese, fra l’estate 2018 e la scorsa primavera. Polizia, Guardia di finanza e carabinieri hanno dato vita alle operazioni “Tantalo”, “Contra fides” e, adesso, “Over”. Nel gruppo dei capi c’erano pure Alessio Cappello, Giovanni Napoli, Alessandro Bova, Antonino Buscemi, Soufiane Saghir e Giuseppe Orfeo, con i fratelli di Cintura, Domenico e Giuseppe.
Quattro mesi fa erano finiti in carcere (tutti tranne Giuseppe Cintura, che aveva avuto i domiciliari) perché nei finti incidenti stradali avrebbero fatto a volte da testimoni oppure da conducenti degli automezzi coinvolti in sinistri mai avvenuti. Altro compito importante era reclutare i disperati da fratturare.




