Storie da esuli, i giuliano-dalmati che celebrano il Giorno del ricordo a Palermo

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Nel Giorno del ricordo a Palermo, ogni anno una nutrita comunità di esuli giuliano-dalmati mantiene viva la memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo dall’Istria.

Ad animare la sezione locale dell’Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) è Gino Zambiasi, fiumano di nascita, palermitano di adozione.
La vita di Gino (nella foto accanto al sindaco Orlando) inizia a Fiume, suo padre in realtà originario del Trentino, si unisce ai legionari di Gabriele D’Annunzio. Innamoratosi della città e di una donna dell’isola di Veglia, decide di trascorrere lì il resto della sua vita, così dopo un primo lavoro come poliziotto, ottiene un impiego al silurificio.

Gino ha solo pochi anni quando si intensifica l’odio anti italiano, ma ha ben lucido nella mente il clima che si respirava già dopo l’8 settembre del ’43. La sua famiglia fortunatamente non ha subito perdite, ma ha visto con i propri occhi le scene dei prelevamenti effettuati casa per casa dai soldati di Tito: “Di fronte casa nostra c’era un italiano, aveva una piccola drogheria. Una mattina sentiamo la moglie gridare nella scala, dice che il marito non c’è più, che l’hanno portato via. Mario, il droghiere, non era fascista, non aveva ricoperto nessun incarico istituzionale, e non era neppure un oppositore politico dei titini, non sarebbe stato capace di uccidere una mosca nel suo negozio. Lì non bisognava essere tutto questo, era italiano e questo bastava, il loro intento era farci andare via in qualsiasi maniera. Mio padre poi, non aveva né la voglia né il tempo di correre dietro alla politica”.

Zambiasi Ricorda che le esecuzioni vere e proprie iniziarono nel 1945 alla fine del conflitto, particolare l’accanimento contro chiunque portasse la divisa, carabinieri, poliziotti, “persino i postini, che ai tempi indossavano una sorta di divisa, venivano scambiati per ufficiali e quindi soppressi” – spiega.

Il clima di terrore diventa sempre più insopportabile per gli italiani e non basta dichiararsi sostenitori del nuovo regime marxista per avere salva la pelle, è richiesto infatti un servizio attivo nello spionaggio e nei rastrellamenti contro i connazionali. Gino Zambiasi lascia però Fiume con la famiglia solo nel 1948, il padre non voleva allontanare la moglie e i figli dal luogo in cui erano nati, gli ostruzionismi burocratici fecero il resto. Partono con in mano le sole valigie, ma sono costretti ad abbandonare la casa e tutti gli averi, espropriati dal regime, diretti al campo profughi di Trieste. “Al campo – ricorda – i posti letto erano separati da lenzuola legate col fil di ferro, io e gli altri bambini giocavamo a passarci sotto, trovavamo divertente questo vivere insieme a tanta altra gente, eravamo piccoli e non potevamo capire il disagio che vivevano i nostri genitori”.

Dopo poco tempo la famiglia Zambiasi torna nella casa natale del padre in Trentino ma “ogni agosto veniva a trovarci un vicino di casa di Fiume, un palermitano, pregava mio padre affinché scendesse con lui nel capoluogo siciliano, diceva che la città era bella come la nostra Fiume, che c’era anche il mare. Così dopo 5 anni decidemmo di trasferirci qui a Palermo, in una casa a Sferracavallo, era il 1953” – ricorda con commozione.

“Analizzando le cose, col senno di poi, mi rendo conto di essere un fortunato – dice Zambiasi – la mia famiglia non è stata distrutta e poi qui abbiamo vissuto bene, lo stesso non può dirsi di molti amici che rimasero per anni nei campi profughi o che al ritorno in Italia furono accolti con sputi e pietre, disprezzati e accusati di essere fascisti perché avevano osato abbandonare quello che definivano il Paradiso terrestre di Tito. Per questa gente il ritorno in patria non fu tanto diverso dalla vita precedente e molti dovettero ad emigrare in Canada o in Argentina perché la situazione divenne intollerabile”.

A Palermo Gino Zambiasi ha lavorato, si è costruito una famiglia e da pensionato corre dietro ai nipotini.  Non ha perso, però, la voglia di combattere per ricordare agli Italiani la tragedia della pulizia etnica che causò oltre diecimila vittime e l’esodo di 350.000 persone di ogni ceto sociale. A 70 anni da quegli eventi, prima e seconda generazione degli esuli istriani, fiumani e dalmati in tutta Italia collaborano e si confrontano per il riaffioramento di quella pagina di storia italiana negata per decenni per motivi di politica internazionale.

Nel capoluogo siciliano la Villa intitolata ai Martiri delle Foibe nel 2010 dall’allora assessore dell’amministrazione Cammarata, Giampiero Cannella, ospita una Stele che rappresenta il Monte Corno, le rocce del Carso e le Foibe, in memoria delle vittime del genocidio, delle vicende, delle genti e delle terre del confine orientale italiano ideato ed eretto dallo stesso Gino Zambiasi. A collaborarlo nelle iniziative è la giovane  Giorga Görner Enrile, vicepresidente dell’Anvgd, nipote di esule istriana e pronipote del Maresciallo Giovanni Degrassi.