Strage di via D’Amelio, Scarantino: “A mia mamma ho detto che non ce la facevo più”

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“Telefono a mia mamma e le dico che non ce la facevo più. Non ce la facevo più, era come una bomba che stava per esplodere. Mia mamma mi dice: “Devi solo dire tutta la verità”.

E mi dà il numero del giornalista Angelo Mangano. Lo chiamai con il telefono fisso di casa che mi ha fatto mettere il dottore La Barbera, avevo la possibilità di chiamare chi volevo. A Mangano dissi tutte cose. A lui dissi che io della strage non ne sapevo niente, sono tutte falsità, questi sono tutti innocenti, compreso me. Poi finalmente mi sentivo come se fossi in spiaggia, con la mente libera. Dopo che avevo parlato con il giornalista, mi fissano il colloquio con il magistrato”.

L’ha detto Vincenzo Scarantino nella sua deposizione all’aula Bunker di Caltanissetta, al processo sul depistaggio nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. “Appena ho informato il dottore Bo, lui stava cominciando a dare i numeri, ma a me non interessava niente. Il colloquio con il magistrato – ha aggiunto – era fissato nel pomeriggio a Genova. Poi è venuta la scorta di Imperia e mi mette nella macchina. C’erano sia poliziotti di Imperia che altri poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino. Vado in macchina con questi poliziotti e scendiamo giù. Il capo scorta si lamentava e diceva “ma questo quando viene?”, riferendosi al dottore Bo. Io faccio: per cortesia, mi sto facendo la pipì addosso. E subito mi hanno riaccompagnato. Entro e vedo questo che parla alla mia ex moglie puntandole il dito in faccia, con tanta violenza. Faccio una premessa: non sono violento. Entro e dico: ‘Ma come ti permetti a parlare a me mugghieri accussi”. Lui è impazzito. Io non gli ho messo le mani addosso perché se lo avessi fatto finiva all’ospedale con due mesi di prognosi”.

Scarantino continua il suo racconto: “Vedo i bambini tutti in lacrime che piangevano e questo Di Gangi mi ha afferrato al collo con la pistola puntata. Il dottore Bo mi ha alzato le mani, mentre io con lui non l’ho fatto. Il personale di Imperia non è intervenuto perché sapevano che dovevo fare la pipì. E’ vero che ero geloso anche dell’aria che respirava mia moglie, però i motivi me li hanno dato loro. Perché visto che parlavano male delle magistrate, pensa come potevano parlare di mia moglie. Gli ho detto: il detenuto sono io, non mia moglie”. (ANSA)