Trattativa Stato-mafia: dopo 210 udienze si conclude il processo, venerdì le richieste di pena

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Botta e risposta, alla fine dell’udienza di giovedì del processo sulla trattativa Stato-mafia, tra il legale del generale Mario Mori, l’avvocato Basilio Milio, e il presidente della Corte d’assise di Palermo Alfredo Montalto. Quando Montalto ha annunciato che le difese hanno due settimane di tempo per la discussione finale, Basilio Milio è sbottato in aula: “Presidente, l’accusa ha avuto mesi a disposizione per la requisitoria. Non è giusto che noi della difesa dobbiamo avere tempi più brevi”. Ma il Presidente è stato irremovibile e non ha concesso più tempo.

Venerdì, dovrebbe terminare la requisitoria e nelle udienze successive dovrebbe iniziare la difesa delle parti civili. Dopo quattro anni anni e otto mesi di dibattimento e 210 udienze la Procura di Palermo tirerà le somme e chiuderà, con le richieste di pena, la requisitoria del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. A giudizio, il 7 marzo del 2013, finirono in 12.

La posizione del boss Bernardo Provenzano venne presto stralciata in quanto il capomafia, poi deceduto, venne dichiarato non in grado di partecipare consapevolmente all’udienza. L’ex ministro Calogero Mannino, invece, scelse il rito abbreviato: processato separatamente è stato assolto in primo grado. L’appello a suo carico è ancora in corso.

Rimasti in 10, dunque, per il processo sulla trattativa Stato-mafia, davanti alla corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, dopo la morte, a dicembre, di Totò Riina, personaggio chiave nella ricostruzione della Procura del presunto dialogo che pezzi dello Stato avrebbero stretto con Cosa nostra negli anni delle stragi, gli imputati ora sono 9.

Di minaccia e violenza a Corpo politico dello Stato sono accusati i capimafia Leoluca Bagarella, cognato del padrino corleonese deceduto, e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Riina, e il pentito Giovanni Brusca. Stessa imputazione in concorso per tre ex ufficiali dell’Arma: Antonio Subranni, ex capo del Ros, il suo vice del tempo Mario Mori e l’ex colonnello, anche lui in servizio al Raggruppamento speciale, Giuseppe De Donno. Di minaccia a Corpo politico dello Stato è accusato anche Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia che sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre di calunnia e concorso in associazione mafiosa risponde Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, imputato e, allo stesso tempo, superteste del processo.

Ciancimino, che dopo una condanna per detenzione di esplosivo si è visto revocare l’indulto concessogli dopo un precedente verdetto di colpevolezza per riciclaggio, è detenuto. Imputato anche Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno a cui i pm contestano il reato di falsa testimonianza. Al processo sono costituiti parte civile il Centro studi Pio La Torre, l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, parte lesa dal reato di calunnia contestato a Ciancimino, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Presidenza della Regione siciliana, il Comune di Palermo, l’associazione Libera e l’associazione vittime della strage dei Georgofili.

Venerdì sarà anche l’ultimo giorno di “applicazione” al processo trattativa Stato-mafia per Nino Di Matteo, il sostituto della Procura nazionale antimafia e memoria storica del procedimento che ha preso il via il 27 maggio 2013. Sempre presente durante 5 anni di dibattimento – ha iniziato lui le indagini – a giugno scorso si è insediato come sostituto dopo aver vinto la selezione per uno dei cinque posti disponibili alla Procura nazionale antimafia, oggi guidata da Roberto Cafiero de Raho, ex procuratore di Reggio Calabria.

L’approdo del pm palermitano, sottoposto al livello massimo di protezione, in via Giulia non è stato semplice. Dopo la nomina alla Procura nazionale antimafia – marzo 2017 – Di Matteo aveva chiesto di potere seguire il processo, da “applicato”, mentre il capo della Procura di Palermo, Francesco Lo Voi, aveva attivato il “posticipato possesso” (di fatto restare pm a Palermo ed insediarsi successivamente). Sono seguite le controdeduzioni ed infine la decisione del ministero di revocare il “posticipato possesso” consentendo a Di Matteo di insediarsi ed essere “applicato” al processo sulla trattativa.

Ma su Di Matteo pendono varie minacce di morte e attentati, anche da parte del defunto boss corleonese Salvatore Riina, in seguito alle quali sono scattate le misure eccezionali di protezione. Disse Totò Riina, intercettato e video filmato nel carcere di Milano Opera, nel settembre 2013: “Di questo processo, questo pubblico ministero di questo processo, che mi sta facendo uscire pazzo, per dire, come non ti verrei ad ammazzare a te, come non te la farei venire a pescare, a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono…”. E poi ancora: “…si mette là davanti, mi guarda… Ed allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa… perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile… ad ucciderlo… una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari”. Il provvedimento di “applicazione” scade anche per il sostituto Francesco Del Bene. (AdnKronos/ANSA)