Trattativa Stato-mafia, la difesa di Mori: “Il generale già giudicato ed assolto per gli stessi fatti”

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Mori e obinu assolti

Il processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in cui è imputato il generale Mario Mori, è “una duplicazione del processo” in cui l’ex alto ufficiale dei Carabinieri ed ex numero uno del Sisde era stato assolto definitivamente dall’accusa di non avere fatto catturare nel 1995 l’allora boss mafioso latitante Bernardo Provenzano.

Con queste parole l’avvocato Vincenzo Musco, che con l’avvocato Basilio Milio difende Mario Mori, ha iniziato nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, la sua arringa difensiva per l’imputato. Musco e la difesa di Mori puntano sull’articolo 649 del Codice di procedura penale secondo cui “un imputato prosciolto o condannato con sentenza irrevocabile non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345. I giudici italiani – spiega l’avvocato Musco – sono obbligati ad applicare la giurisprudenza europea, soprattutto quando è consolidata”.

“Mi meraviglio che questo processo sia andato avanti così – spiega ancora l’avvocato Musco – perché la problematica dell’articolo 649 del Codice di procedura penale ha subito nel corso degli ultimi anni uno sviluppo straordinario”. Secondo Musco, il capo di imputazione per Mori, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato “è identico” a quello nel processo in cui è stato assolto dalla Cassazione.

“Sono qui – dice ancora l’avvocato Musco – per lasciare una traccia in questo processo”. E aggiunge: “Il mio intervento sarà brevissimo. Non è estemporaneo, perché il generale Mario Mori vuole lasciare in questo processo una traccia della sua presenza”.

“Questa eccezione – aggiunge ancora il legale – doveva essere fatta all’inizio dle processo, ma non c’era ancora una cristallizzazione della materia processuale”. E poi cita la sentenza che ha riguardato l’ex Governatore siciliano Salvatore Cuffaro, che ha scontato una condanna a sette anni per favoreggiamento a Cosa nostra: “L’applicazione dell’articolo 649 del Codice di procedura penale – dice – è avvenuta proprio qui, in questa città, a Palermo, con riferimento a personaggi illustri. E mi riferisco alla sentenza Cuffaro e al suo proscioglimento dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa”. E spiega: “Perché il gup di Palermo Vittorio Anania ha prosciolto l’ex Governatore dal reato di concorso esterno ritenendo che l’imputato sia già stato giudicato per gli stessi fatti con sentenza definitiva”.

L’avvocato Vincenzo Musco conclude, quindi, la sua arringa difensiva chiedendo per il generale Mario Mori, l’applicazione del cosiddetto “ne bis in idem”, cioè l’articolo 649 del Codice di procedura penale “per l’identità del fatto storico oggi contestato con quello per il quale l’imputato Mori è già stato giudicato con sentenza passata in giudicato”, dice Musco. “Il 649 va applicato immediatamente, lo dice il sistema – spiega Musco -. Lo dice anche l’articolo 117 della nostra Costituzione che impone ai giudici di applicare la legge”. E conclude: “Per cui vi chiedo di applicare il 649”.

Il boss mafioso Leoluca Bagarella, imputato al processo sulla trattativa tra Stato e mafia, ha presentato alla Corte d’assise una memoria difensiva autografa nella quale “pur rinviando all’arringa dei difensori” chiede “comunque di essere assolto dal reato contestato per non averlo commesso”. Lo ha reso noto all’inizio dell’udienza il presidente della Corte d’assise Alfredo Montalto. (AdnKronos)