Vito Nicastri: “Ho pagato tangenti ma non ai politici, non mi servivano”

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Il “re dell’eolico” Vito Nicastri ammette di avere pagato tangenti, ma nega di averle corrisposte a politici e sostiene che anche il suo socio occulto, Paolo Arata, pur avendolo proposto, non pagò alcun esponente politico.

E’ quanto emerge dal deposito di alcuni verbali di Nicastri, Arata e del figlio di quest’ultimo, Francesco, al tribunale del riesame di Palermo. A fare ricorso i due Arata (che sono in carcere, come Nicastri e il figlio Manlio, non ricorrenti) e Alberto Tinnirello, dirigente del Servizio III dell’assessorato regionale siciliano all’Energia.

Tinnirello si trova ai domiciliari e chiede anche lui la revoca del provvedimento cautelare in cui il Gip Guglielmo Nicastro, accogliendo le tesi del procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido e del sostituto Gianluca De Leo, ha definito una “corruzione sistemica”. Dopo Vito, anche Manlio Nicastri ha cominciato a fare ammissioni, anche se la sua collaborazione è all’inizio e viene vagliata con attenzione.

Le dichiarazioni di padre e figlio confermano il quadro dell’inchiesta della Dia di Trapani, e cioè che c’era un sistema di tangenti per comprare le autorizzazioni regionali finalizzate alla realizzazione di lucrosissimi impianti di energie rinnovabili.

Tra i due soci di fatto c’era una notevole differenza: Paolo Arata, con telefonate, messaggi, appuntamenti e incontri aveva preso contatti, tra gli altri, con gli esponenti politici siciliani Gianfranco Miccichè, Alberto Pierobon, Toto Cordaro, Saverio Romano, Mimmo Turano, Calogero Mannino. Voleva sbloccare così le procedure anche per conto di Nicastri, che non poteva risultare ufficialmente perché già destinatario di una maxiconfisca per mafia e oggi di nuovo in cella per concorso esterno.

Nicastri stesso, però, afferma, nelle sue dichiarazioni del 13 giugno, che è meglio “avere sempre e comunque un contatto con i funzionari che si occupano delle pratiche, piuttosto che cercare gli esponenti politici”. I politici dunque non sarebbero stati pagati, nell’affare del biometano, perché non servivano.

Chiamati in causa invece, oltre a Tinnirello, anche un altro funzionario regionale, Giacomo Causarano: a loro sarebbero stati dati 100 mila euro e promessi altri 400 mila. Con i loro via libera, Nicastri avrebbe potuto guadagnare tra 10 e 15 milioni.